Pages Navigation Menu

Il Vino, Il Verde, il Vago

VINITALY 2014: SCENDIAMO DAI TACCHI E GUARDIAMOCI NEGLI OCCHI

VINITALY 2014: SCENDIAMO DAI TACCHI E GUARDIAMOCI NEGLI OCCHI

Un po’ come quando si apre il sipario a teatro, anche la prima apertura dei cancelli al leggendario Ingresso Cangrande racconta già molto sulla scenografia di questo Vinitaly 2014. Non so perché, a me stavolta è caduto subito l’occhio sulle scarpe delle donne: non ho visto il solito sfoggio di tacchi vertiginosi, salvo un paio di casi clamorosi di cui uno in foto (il dettaglio, purtroppo, non rende giustizia all’intero).

Da lì in poi, per tutto il giorno, mi sono passate accanto per lo più scarpe basse, comode. Agli stand, alle file dei bagni, alle degustazioni:  donne normali. A me è sembrato un buon segno: il tacco non solo rallenta il passo ma distorce un po’ la visuale.

Per questo Vinitaly ho scelto più che altro di parlare con l’estero. Conoscerlo e parlarci, non soltanto berlo. Quell’estero di cui ci passano continuamente dati (il valore dell’export italiano ha da poco superato la soglia dei 5 miliardi di euro con un +37% in 6 anni), lo stesso estero con cui ci mettiamo in sana competizione per rimarcare le virtù di casa nostra (degno di nota il progetto “In vino mendacium” a tutela del Verdicchio ma che lancia un assist a molte altre DO di pregio), proprio quell’estero che gli uffici marketing e commerciali di ogni azienda hanno in testa come l’Eldorado dei bilanci d’azienda e delle giacenze in cantina (i termometri internazionali registrano però temperature diverse).

La regia del Vinitaly ha finalmente dato un senso a quella sua denominazione di Salone Internazionale del vino e dei distillati: con il debutto di VinInternational e della sua area dedicata si è fatto ordine tra i vari padiglioni, seppur con qualche dissidente a macchia di leopardo (Russia, Usa, Georgia e Slovenia). Ed è lì che puoi guardare in faccia le cartine geografiche del marketing enologico, con immediatezza e spontaneità, senza per forza lanciarti su commenti ispirati dal fruttato o dalla spalla acida del vino (che poi, in inglese, ve li avrei fatti sentire gli italiani su simili tasting!).

L’estero ha bisogno di noi e noi di loro. A me pare che molti italiani non abbiano ancora capito che avere in mano prodotti di pregio come i nostri non significhi sfondare subito e indistintamente i principali mercati internazionali. Consiglio ai produttori o espositori italiani che sono ancora in fiera di mollare almeno per un’ora il proprio stand e fare un giro per visitare quelli esteri, comunicare con loro: solo per intuire come export non sia una parola magica che si costruisce delegandola al responsabile vendite. Non c’è niente di male se per un po’ perdono il controllo dei bicchieri da lavare o di potenziali acquirenti in visita: potrebbero invece fare scoperte impensabili uscendo dalla bolla di quei pochi metri quadri sudati. Tutto il rispetto a chi già lo fa.

A conferma che conviene togliere i tacchi e indossare ballerine, ecco qualche nota sul seminario – utilissimo – organizzato per i giornalisti in sala stampa intorno al tema del vino nei magazine di Hong Kong e Mainland China: cinque testimonial dai loro principali media on line, carta stampata e press agency  hanno lanciato messaggi chiarissimi, indiscutibili. Un paio di siti interessanti da monitorare: www.vinehoo.com (solo in cinese, per chi può) e www.wineinchina.com. In breve hanno raccontato che: le aziende  italiane cercano quasi esclusivamente di ospitare delegazioni di buyer cinesi, mediamente non vogliono fare network perché temono di rubarsi reciprocamente fette di mercato e quando avvicinano quei mercati tendono a replicare gli stessi messaggi che usano in Europa.

Un giornalista di Hong Kong è intervenuto facendo notare che si parla tanto di Cina ma quando poi i cinesi vengono a frotte al Vinitaly si ritrovano scritte e padiglioni segnalati in una lingua per loro incomprensibile. Curioso girare gli occhiali e capire le esigenze degli altri.

Imbarazzante sentirsi raccontare con grande voglia di aprirsi che quelle logiche italiane dovrebbero essere del tutto ribaltate e che sì, possiamo stare tranquilli se esportiamo solo a Hong Kong perché Hong King è un parametro di riferimento assoluto per tutti. Alla fine hanno dato un suggerimento sincero, usando queste parole: “Make it more simple”. Un po’ come a dire: togliete i tacchi alti e scendete al nostro livello se volete esportare correttamente. Le donne del Vinitaly, astute, lo hanno già intuito.

 

 

3 Comments

  1. Bello questo intervento. Un mondo che mi affascina da sempre (il vino) e un tema assolutamente rilevante per il “bel paese” (esportare). Un errore spesso mortale è proprio quello di non porsi mai il problema del punto di vista di chi deve (vorrebbe) acquistare il prodotto.

  2. Come sémpre, é un piacére, léggere un´articolo molto interessánte

  3. brava! mi ha riconciliato con una lettura giornalistica del mercato del vino più concreta, interessante e utile delle tante indistinte e usuali banalità mediatiche da Vinitaly…

Leave a Comment

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>