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Il Vino, Il Verde, il Vago

Venezia e i vini scalzi

Venezia e i vini scalzi

Scalzi si può esserlo in tanti modi, anche da frati. Quelli di Venezia, i Carmelitani, ai piedi nudi hanno aggiunto anche le mani e ci hanno fatto la loro prima vendemmia. La vigna riportata in vita è quella dietro la Chiesa di Santa Maria di Nazareth che si affaccia sul Canal Grande, di fronte al ponte a cui la comunità religiosa prestò il nome. È qui, a Cannaregio, che lo scorso autunno i frati hanno fatto a mano la loro prima vendemmia con le oltre 700 piante recuperate e da aprile lo hanno messo in commercio. Sabato 23 giugno, in occasione della manifestazione #feelvenice, si apriranno anche le porte del Convento.

“Un recupero unico al mondo” mi dice Elisa Stocchiero del Consorzio Vini Venezia, mentre mi racconta per filo e per segno tutta la storia. Ne parla usando il termine di “vigneto-giardino” perché è lì, nel brolo abbandonato del complesso conventizio, che hanno raccolto tutta la biodiversità vinicola veneziana e i due concetti stanno bene insieme, non fanno una piega, non fanno torto a nessuno.

“Con Attilio Scienza, le Università di Milano e Padova e l’Istituto di Conegliano abbiamo creato un team di tecnici con cui lavorare su una vera e propria zonazione andando a recuperare le viti superstiti della città di Venezia. Un lavoro arduo, supportato da una squadra molto solida e di indubbia competenza, che ha avuto anche il sostegno di soggetti internazionali. Abbiamo fatto una lunga ricerca a tappeto dentro tutti i giardini pubblici e privati, i conventi e i monasteri, abbiamo davvero cercato dappertutto riuscendo a raccogliere una settantina di varietà. Tre di queste varietà non sono ancora classificate all’interno dei database internazionali quindi iciamo che sono ancora in fase di studio, potremmo avere buone sorprese”.

Chi ogni giorno vive Venezia è stanco di sentirsi massa, una massa travolta dal qualunquismo dell’onda perché l’onda a Venezia è sempre alta anche con la bassa marea. Chi ci vive rivendica. “Il progetto sul vino nasce nel 2011, anno di fusione dei due Consorzi storici: quello Volontario Tutela Vini DOC Lison Pramaggiore e quello di Tutela Vini del Piave DOC. Da lì è nata la DOC Venezia che riprende i territori della Serenissima e che vogliamo diventi un biglietto da visita indentitario”.

A collaborare sono stati i sette frati del Convento tra cui tre che seguono operativamente tutte le attività. I frati più giovani hanno in media tra i quaranta e i cinquanta anni ma tutti gli altri arrivano fino a ottanta. Vita di preghiera la loro, come l’Ordine del Carmelo prescrive e impone da sempre. All’interno del giardino curavano piante e anima ma poi hanno abbandonato l’idea perché le risorse calavano. “Col progetto del vino li abbiamo aiutati a ristrutturare il vigneto e abbiamo importato tutte le tipologie di vitigno trovate a Venezia. Parliamo di un vigneto di appena un ettaro su cui abbiamo dato vita a 17 filari. Se parliamo di numeri, siamo ad appena 1200 bottiglie. Oggi c’è anche un loro orticello perché l’idea è quella di renderli sempre più autosufficienti: le verdure che avanzano vengono date con offerta libera ai fedeli che frequentano il convento. Tutto qui è biologico. Abbiamo messo in campo tutto ciò che abbiamo trovato a Venezia, arrivato in passato dalla storica tradizione dei commerci e della vita mercantile tanto fiorente che voleva dire Istria, Dalmazia, Grecia, l’intero Mediterraneo; si andava a vendere stoffe e spezie ma di fatto si tornava a casa con tutte queste barbatelle. Adesso abbiamo diversi tipi di Malvasia, Tai, Marzemino, Moscato, Glera. E poi anche la barbatella di Terra promessa, portata negli anni ’50 dopo la seconda guerra mondiale da un frate che era stato a Gerusalemme. La linea che produciamo è molto semplice: due vini, un bianco e un rosso. Nel primo ci sono 17 varietà, nel rosso 7. Nel bianco l’aromaticità deriva dalle sei diverse Malvasia mentre la parte di struttura e acidità arriva dal Manzoni e dal Tai che vanno a controbilanciare. Merito va all’enologo Mario Barbieri che è anche Maestro della Confraternita del Raboso. Al momento si tratta di un progetto che non ha in campo altri sviluppi perché lo scopo era quello di supportare il convento provando a renderlo sostenibile attraverso la vendita delle bottiglie e cercando anche di ricavare un minimo di fondi per proseguire il restauro della facciata del convento che da 10 anni è in manutenzione. Parliamo di un raro esempio di arte barocca realizzato con marmo di Carrara. Il progetto vuole essere una catena che li renda sempre più autonomi, basti pensare che anche sotto il piano dei fertilizzanti hanno iniziato a realizzarseli da soli”.

Una volta raccolte a mano, le uve sono arrivate in barca fino all’attracco di Cà Noghera e poi via terra verso Villa Regia, l’azienda di Elena Carraro che a Preganziol si è presa cura della vinificazione.

Prandium e Ad Mensam sono stati già inseriti nelle carte di alcuni storici ristoranti della laguna perché lo scopo è finalmente questo: bere Venezia.

 

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 (Immagine di copertina: Consorzio Vini Venezia)

 

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