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Il Vino, Il Verde, il Vago

L’umanità che veglia su Podere La Regola

L’umanità che veglia su Podere La Regola

Dei vini toscani non amo l’ostentazione dei blasoni e gli stemmi del tempo andato. Tantomeno i nobili, sempre troppi, che nel 2018 si rivendono ancora la storia centenaria di famiglia con foto patinate e mani in posa sotto il mento manco fossero per un santino elettorale. Le storie del vino funzionano quando ti filtrano addosso senza forzature, in silenzio mentre le bevi al calice; se te le sbattono in faccia come un affronto, si capisce soltanto che se la stanno tirando. Il vino non lo devi spiegare, non lo devi orientare, non lo devi imporre. Negli ultimi quindici anni, di aziende ne ho bevute tante ma di storie no.

Flavio e Luca Nuti hanno fatto proprio bene a starsene sempre un passo indietro col loro Podere La Regola a Riparbella, due passi dal Tirreno che rimanda il sale e le brezze e due passi da Bolgheri senza averne la minima paura.

Due fratelli che ti segnano per lo sguardo e la misura: ognuno di loro guarda in una direzione diversa e complementare per l’azienda, interagiscono e non si sovrappongono. Nelle aziende familiari ci provano in tanti ma in pochi riescono a non pestarsi i piedi.

A inizio marzo mi arriva un messaggio da Flavio, è un invito per la settimana successiva: “20 anni del nostro cru La Regola. Prima annata 1998”. E aggiunge: Cara Stefania, non sei ancora venuta a vedere la nuova cantina. Fammi sapere”. Ha ragione, glielo avevo promesso troppo tempo fa, era l’estate 2016: ci eravamo visti con di mezzo ovviamente il vino, mi aveva presentato il figlio di Oliviero Toscani al carcere di Volterra per il progetto nobile delle Cene Galeotte che gli stava a pelle come un vestito sartoriale di misura. Flavio Nuti di mestiere è un avvocato ma se mi dicessero che fa lo stilista o il critico d’arte io non batterei nemmeno un ciglio; a Podere La Regola sublima arte e creatività, il buon gusto e il buon senso dentro un mondo del vino sempre più sfacciato. Luca lo conoscevo meno ma dopo due giornate di degustazione ho accorciato le distanze, lui è la terra e al posto dei piedi ha di sicuro due radici.

Il vino che mi marca la memoria, ormai lo so, non è né matematica pura né tantomeno poesia; chi cerca certezze nel vino dimentica che le vigne non ne danno. Il vino è un’ipotesi e devi saperla motivare. Le ragioni di Podere La Regola puntano sull’oggettività del passato e sulla vibrazione nel presente: la nuova cantina poggia su un pezzo di Etruria, un pezzo che batte ancora le vene. Il maestro Stefano Tonelli lo avrà avvertito subito, è evidente, se un paio di anni fa chiese alla famiglia di poter metter mano alla nuova barricaia. “La mia idea è ispirata al sogno del vino e alla sua gestazione. Nelle due grandi pareti una danza cosmica custodisce il pianeta e le barrique dormienti. Intorno alle sei figure danzanti, disegnate come costellazioni immaginarie, si muovono piccoli esseri laboriosi che navigano spazi senza confini e monadi a forma di pesci, come unità invisibili in perenne transito tra una vita e l’altra. Un omaggio agli Etruschi che hanno abitato questa pace del paesaggio”. L’ha chiamata Somnium – come l’opera di Keplero – questa raffigurazione che copre quarantasei metri di lunghezza totali e le sue parole stanno scritte all’ingresso, quasi un’incisione a futura memoria che mantiene fede alle incisioni del passato. Entrare e uscire dalla barricaia ti sposta completamente le frequenze.

Il suono in sottofondo è a 432 herz, al di sotto dei 440 con cui tutta la musica moderna si esprime: è una frequenza curativa, è quella che chiamano frequenza armonica dell’universo. Non riesco a chiamarla musica quella che risuona in barricaia, non riesco a definirla, sono parole senza lettere che attraversano l’aria e i corpi. Sento che mi passa la pelle, la accarezza e la graffia, bussa ad ogni organo interno. Non mi era mai successo di partecipare alla visita di un’azienda vinicola, chiudere gli occhi e dimenticarmi di essere lì. Completamente dimenticarlo.

“Questo è un progetto che parte dalla valorizzazione del nostro senso di umanità. È un’umanità incompiuta. Tonelli ha messo al centro questo cerchio, ovviamente la terra, dove all’interno convivono persone rivolte tutte dalla stessa parte, tutte con gli occhi chiusi, tutti in meditazione di fronte alla generazione del vino chiuso nel legno. Non vedono oltre se stesse e quelle persone siamo tutti noi. Il messaggio è di un’umanità non ancora in armonia ma la sensazione che arriva è di profonda e silenziosa trasformazione”. Flavio è un tutt’uno con quello spazio, mentre ne parla.

Sulle pareti – tra le penombre che non disturbino le botti – fluttuano monadi dipinte come astronavi vaganti, simbologie etrusche, anime che nascono e rinascono come del resto anche il vino. Tappi che ogni tanto saltano via dalla pupitre, complici le vibrazioni con cui il vino invecchia e matura.

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La barricaia Somnium, disegnata dal maestro Stefano Tonelli.

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La raffigurazione dell’Umanità incompiuta che vigila sulla gestazione del vino.

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Il gruppo di giornalisti della prima sera

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Aperitivo di benvenuto con Spumante Brut Metodo Classico da uve Gros Manseng

La nuova cantina

“Un elemento di rottura col passato è senz’altro l’uso del cemento non vetrificato, cemento crudo. Un tempo si faceva prima la cantina e poi la vigna e questo errore lo hanno commesso in tanti”. A parlare è Luca Rettondini, enologo di casa dal 2013 dopo i vini firmati da Giovanni Bailo fino al 2005 e da Luca D’Attoma fino al 2012. “Ci siamo fatti ispirare dalla semplicità. Negli ultimi dieci anni ci eravamo tutti votati all’acciaio e poi ci siamo tutti ricreduti perché l’uso del cemento naturale aiuta sia nella maturazione che nell’affinamento. Cemento naturale vuol dire che c’è una certa traspirazione di ossigeno per quanto chiaramente non paragonabile a quella di una barrique”.

Le nuove vasche hanno forma insolita, tronco piramidale che in alto stringe, e un giornalista presente chiede subito come mai. “In passato usavo sempre forme cubiche che poi è anche il modo più semplice”, risponde Rettondini. “Aiuta a stringere un po’ il cappello e quindi leggermente ad ampliarlo; al tempo stesso gli consente di essere anche più soffice attraverso i rimontaggi. Con questo tipo di vasca cerchiamo più eleganza e quindi le destiniamo solo al cru e ai nostri rossi di punta. Tutti i bianchi e gli altri rossi fanno invece solo acciaio”.

 

La Degustazione storica del giorno dopo

Ci chiedono di avvinare i dieci calici con cui andremo indietro di vent’anni. Ognuno di noi si alza, riempie, ruota, svuota, poggia sul tavolo, ne prende un altro e avanti il prossimo fino al decimo in coda. Per forza di cose i calici sfiorano e sbattono perché la batteria dei bicchieri è sempre serrata. Escono suoni come dall’accordatura d’orchestra che prelude alla Nona di Beethoven e non ci avevo mai pensato.

Ha ormai vent’anni di cru, La Regola. Anni portati bene come dimostrerà la stappatura delle annate 1998, 2000, 2001, 2005, 2007, 2009, 2011, 2012, 2014, 2015.

Una degustazione onesta fino all’ultimo per i cambi di passo non nascosti, anzi spiegati apertamente da Luca e dall’enologo. Nessuno di loro si è vergognato ad aprire i vecchi armadi e mostrare in successione tutti i vestiti dal ’98 ad oggi. Ci raccontano il passaggio dal tradizionale al biologico, la stanchezza dagli affinamenti spinti degli anni Novanta, la scelta dei legni oggi tutti italiani perché la Francia era meno curata (e dal 2015 in cantina si fa al 50% sia legno nuovo che legno di secondo passaggio: vogliono esaltare le materie prime, fare macerazioni più corte, avere freschezza e eleganza, alleggerire tostature invadenti). Soprattutto degustiamo la transizione dal taglio bordolese di rigore in questa zona al Cabernet Franc in purezza, che coraggio. Luca Rettondini, se non facesse l’enologo e fosse un medico omeopata, sarebbe senza dubbio un unicista e ci curerebbe con un’uva alla volta.

Una degustazione solo per la stampa per dire chiaro e tondo che la musica è cambiata e che non sono state poche le evoluzioni delle vigne, dei vitigni, degli stili enologici. “Rinunciare al blend è un rischio sul mercato ma preferiamo fare un buco nell’annata se l’uva non c’è piuttosto che farci dire dal mercato cosa dobbiamo fare. Puntiamo al posizionamento alto”, rimarca Flavio. E anticipa un pezzetto di futuro: “Nell’espansione delle vigne, coi prossimi 10 ettari – che ci porteranno ai 30 – rimetteremo anche il Sangiovese perché anche sulla costa si sa esprimere bene e poi lo rivogliamo perché era comunque il vino dei nonni”.

La sala si anima di un raro scambio di pareri, costruttivo, libero. Giornalisti che parlano senza dover esser per forza primedonne. “Gran bella degustazione. Siamo partiti da un Tignanello della costa e siamo arrivati a un Cabernet franc in purezza ma il tratto comune resta. Una salinità incredibile”; mi appunto le parole di Fabio Ceccarelli perché colgono bene il senso. Il 1998 segnava un 70% di Sangiovese e un 30% di Cabernet Sauvignon, ancora inesistente il Franc ma la rimonta, dal 2005, sarebbe stata progressivamente inesorabile.

La verticale dei vent’anni di cru La Regola sta dritta come una ginnasta russa all’ultimo salto.

Le donne etrusche, da sposate, portavano nel nome non solo il patronimico ma anche quello della madre, alle romane si associava invece solo la provenienza gentilizia. A differenza delle donne greche, le etrusche si intestavano diritti reali, possedevano tombe e botteghe, nessuno osava negare loro le capacità divinatorie e più si saliva di ceto, più cresceva il peso sociale.

La cultura etrusca era sfaccettata e molteplice, moderna, risoluta. I fratelli Nuti e Luca Rettondini sembrano decisi a proseguire proprio sulla stessa strada.

 

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La sala degustazioni di Podere La Regola

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La batteria delle dieci annate in degustazione per il ventennale del cru La Regola

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Flavio e Luca Nuti

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Flavio Nuti e Luca Rettondini durante la verticale 1998-2018 del cru La Regola.

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I giornalisti della degustazione ventennale del cru La Regola.

4 Comments

  1. Rare volte ho assistito ad un articolo sul vino che oltre ad esprimere una narrativa fluida , precisa , quasi maniacale , ed una appropriata tecnica degustativa , esprime un’insieme di emozioni, colori e sentimenti che ti avvolgono e ti fanno sentire più umano dell’umanità che ti circonda , e protagonista di un nuovo modo di raccontare il vino, la sua essenza e la sua anima.
    È vero siamo due fratelli , Luca ed io, in armonia e conplementari cercando un costante e non facile equiibrio, nel raggiungimento del nostro”somnium” del vino .

    Grazie Stefania per avere colto e raccolto tutto questo con una sesibilità e percezione non comune che ti contraddistingue.
    A rivederci presto.
    Flavio Nuti

  2. Brava

    • Chi scrive deve fare un po’ da specchio e un po’ da specchio per chi legge e provare a fare in modo che i lettori si riconoscano. L’Umanità che ho trovato a Podere La regola non è affatto una strategia, è proprio una necessità. Grazie a voi.

    • Grazie del commento.

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