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Il Vino, Il Verde, il Vago

Quando Gaber innamorò Fossati

Quando Gaber innamorò Fossati

Innamorare non è un verbo transitivo finché non ascolti Fossati che racconta Gaber.

“Quel 45 giri uscì nell’ottobre del ’69, tutti lo cercavano per Com’è bella la città che era il brano principale, il famoso lato A. Io però avevo sentito Chissà dove te ne vai e fu lì che mi innamorai di Gaber. Soltanto lui poteva cogliere l’unico momento in cui davvero due persone si perdono: nel sonno, quando si dorme, perdiamo il contatto con la persona che amiamo, non sappiamo dove va, dove se ne va da sola. Mi venivano i brividi ogni volta che ascoltavo il passaggio Ogni notte ti perdo e mi si ferma il cuore. Ogni giorno ti trovo ma sei un’altra amore” (video).

Da quando non canta più, Fossati si è messo a parlare e a girare scuole e teatri e gli riesce così bene che ti rammarichi per tutte le volte in cui non ha parlato prima. Tiene persino un corso all’Università di Genova, 46 studenti, un laboratorio di “Linguaggi, figure Professionali e meccanismi produttivi della canzone” promosso dalla facoltà di Letterature moderne e spettacolo. Una seconda giovinezza professionale gli si vede in faccia mentre parla di quei ragazzi.

Quando scriveva e cantava, Fossati intagliava umanità; ora la lucida e quando lucidi un intaglio – me lo spiegò una volta un incisore – devi stare attento a farlo un po’ di tampone e un po’ di pennello ma soprattuto devi dare tempo tra una passata e l’altra perché sennò rischi di strappare la vernice. Lui col tempo ci ha saputo sempre fare e, rispettandolo sempre, sposta ancora bene i passi delle scelte. Io mi ci sono persa a vent’anni negli intagli con cui la sua musica mi ha inciso l’adolescenza e poi mi ci sono ritrovata a quaranta dentro le luci e le penombre in legno di cui siamo tutti fatti.

Lunedì scorso, proprio al Puccini di Firenze dove ci fu l’ultimo live di Gaber nel 2001, in un pomeriggio di maggio Fossati ha rimesso quel gigante al centro di un’Italia che oggi più che mai avrebbe bisogno di schiaffi e carezze come quelle che solo il Signor G sapeva dare.

Con il progetto della Fondazione Gaberha rimasterizzato e ridato i colori a musiche e parole che avremmo perso nella loro versione originaria, ci ha messo tutta la tecnologia del suono più moderna grazie ad Andrea Canepari con cui ha selezionato dieci brani che dal palco spiega uno ad uno, ha messo in circolazione l’inedito del 2002 che Gaber scartò dal disco solo perché non fece in tempo a lavorarci, Le donne di ora, dopo averlo scritto con l’eterno Luporini. Sorride ancora, Fossati, ripensando a quando Gaber gli chiese di produrgli un disco ma lui fu costretto a rifiutare perché la Sony finalmente aveva detto sì al sogno di un lavoro tutto strumentale e glielo avrebbe persino prodotto sotto l’etichetta della classica (Not one word, Sony Classical 2001). Quando puoi dire un no al tuo mito vuol dire che sei diventato adulto. Lo mise però nelle mani del fraterno Beppe Quirici con cui Gaber instaurò a pelle amicizia e lavoro e grazie al quale realizzò i suoi due ultimi album La mia generazione ha perso e Io non mi sento italiano. Quel Beppe Quirici a cui Fossati esprime riconoscenza ogni volta che lo ricorda; quel “Beppe Quirici al basso”  che gli curò le trame di tutti gli arrangiamenti e di tutti gli album compresi tra Lindbergh del ’92 e La disciplina della terra del 2000.

Ci sono ancora tappe in giro per l’italia e non vanno proprio perse perché Fossati grazie a lui si regala come caramelle che piovono dai carri a carnevale.

Gaber ti trasmuta davvero.

Chi ha vissuto almeno un suo concerto ha ancora a pelle l’altruismo mai sazio con cui cantava e dispensava bis, lo slancio quasi cavalleresco con cui spalancava le braccia, a fine concerto quelle camicie fradice di sudore che altro non erano se non lacrime con cui dal corpo diceva grazie al pubblico. Per me fu al Teatro Lauro Rossi a Macerata; erano gli anni della canzone-prosa Una nuova coscienza: “La decadenza che subiamo è uno scivolo che va giù piano piano. È una nuova esperienza che ti toglie qualsiasi entusiasmo e alla lunga modifica il tuo metabolismo. Siam lì fermi malgrado la grave emergenza come uomini al minimo storico di coscienza”. Sì, vengono brividi di preveggenza per lui e immobilismo per noi.

Un Gaber pseudonimo di Giorgio Gaberščik (cioè un cognome che veniva dall’area goriziana slovena), nato a Milano da genitori conosciutisi e sposati in Veneto; fragile di salute, lui, dopo due attacchi di poliomielite a nemmeno dieci anni che lo marchieranno a vita; la delicatezza di un padre impiegato che gli regalò subito la prima chitarra per fargli muovere la mano, il braccio, il piacere della musica.

Fossati ripete continuamente che Gaber è stato un gigante, sempre un passo avanti sulla storia dell’uomo e dell’Italia.

Gaber, invece, si sentiva semplicemente un uomo.

“Sono una persona piena di contraddizioni e di dolori, un signore come tutti. Il signor G è un signor Gaber, che sono io, è Luporini; noi, insomma, che tentiamo una specie di spersonalizzazione per identificarci in tanta gente”.

#ilVago30

Ivano Fossati in studio con Andrea Canepari (credits Fondazione Gaber)

 

Le donne di ora, 2018. Cover.

Ivano Fossati e Massimo Bernardini sul palco del Puccini. 14 maggio 2018

Ivano Fossati e Massimo Bernardini sul palco del Teatro Puccini a Firenze. 14 maggio 2018

 

 

 

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