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Il Vino, Il Verde, il Vago

Prosecco: al Veneto noir serviva il cinema

Prosecco: al Veneto noir serviva il cinema

Qui in certi cimiteri seppelliscono la gente in piedi per non togliere spazio al Prosecco.

I film che funzionano ti entrano nelle orecchie, più che negli occhi. La memoria si accomoda tra i dialoghi e poi da lì continua a parlare.

Succede più di una volta nel film che porta la firma di Antonio Padovan e di altri due veneti maiuscoli come Fulvio Ervas (suo il libro madre, edito nel 2010 da Marcos Y Marcos) e Marco Pettenello (sua buona parte delle sceneggiature di Mazzacurati e Segre). Lo hanno scritto insieme per un anno il film che poggia le gambe nelle terre del Prosecco, con tutte le ombre che produzioni vinicole ormai spinte come questa si portano appresso. E intanto l’ambiente intorno va in asfissia, letteralmente non respira più, la gente pure.

Andiamo con ordine: il regista.

Padovan debutta con un film girato dietro casa – lui originario di Conegliano Veneto – dopo aver vissuto per oltre dieci anni a New York e aver sentito le radici tirare. “Vivevo ancora in America ma in quel periodo mi trovavo in Italia, cercavo una storia che raccontasse le mie colline. Mia sorella mi consigliò il libro di Ervas. Andai a comprarlo e, uscendo dalla libreria, incontrai una mia amica che gestiva un club di lettura a Santa Lucia di Piave, stavano leggendo proprio Finchè c’è Prosecco c’è speranza e la settimana successiva avrebbero ospitato l’autore. Andai, la sintonia con Fulvio fu immediata: quella sera gli dissi non ho soldi e non ho produttori ma voglio farci un film. Accettò subito, ci ha creduto fin dall’inizio ed è per questo che, pur avendo provato a proporgli titoli diversi – non ti dirò mai quali, non chiedermelo – ho sentito doveroso mantenere la fedeltà al suo libro. Sembra un po’ una marchetta ma ripeto sempre che abbiamo ereditato da lui un titolo un po’ strambo ma una bella storia. Era una fase in cui mi sentivo turista a casa mia, tutto mi sembrava nuovo, bevevo lo spritz in piazza con gli amici e dicevo Ragazzi, madonna che bello quel palazzo, avete visto? Antonio, ma quello c’è sempre stato”.

Padovan lo inseguo mentre esce dal MultiAstra di Padova: è con Roberto Citran (anche lui colonna del film), lasciano in fretta la sala dopo aver presentato l’anteprima del film che intanto è andato anche al Festival del cinema di Roma, le luci sono ormai scese e il film iniziato, scavalco la mia fila che impreca. Ci avrò parlato trenta secondi, forse quaranta ma non di più: il tempo di dirgli chi sono e che avrei voluto intervistarlo mentre su un volantino del film scriveva la sua mail con un pennarello nero preso al volo dalla cassa. Quando rientro in sala mi hanno occupato il posto, al buio non vedo neanche un posto libero tra le file e allora tiro dritto verso la prima fila, quella ingrata sotto lo schermo e che ti piega il collo. Nelle settimane successive con Padovan buchiamo un paio di incontri e una colazione a Treviso ma alla fine riusciamo a trovarci per parlare del film.

Già, il film.

Giuseppe Battiston è l’ispettore Stucky, lo Stucky intorno a cui Fulvio Ervas ha pennellato una serie di romanzi scritti dal 2006 al 2013 sul sottobosco umano del Nord Est e sui colori della cronaca locale. Stavolta ballano omicidi tutti tenuti insieme dal Prosecco con le vigne che fanno sempre da quinta. I dialetti vanno molto più veloci, tagliano corto, e in certi pezzi d’Italia si fanno inevitabili: il Veneto è tra questi.

Il cementificio che nella vita reale brucia rifiuti pericolosi e tossici sta a Pederobba, vicino Valdobbiadene; analisi epidemiologiche in corso, dibattiti politici e tanti comitati in piazza per protestare contro un’illegalità diffusa che ammala. “Quello del film è stato ricostruito al computer ma il riferimento nel libro è chiaro. È una terra piena di fascino ma anche molto fragile. Io sono nato a Conegliano, è vero che ho vissuto per molto tempo fuori ma negli ultimi anni ci sono tornato spesso: il polso è che la gente sente molto da vicino i problemi ambientali, ne ha coscienza, e di come le imprese lo stiano maltrattando.

Chi ha sostenuto un film tanto scomodo?

Il produttore Nicola Fedrigoni non ha ottenuto nessun fondo dal Ministero, né dalla Regione Veneto, né dai consorzi, né dai produttori di Prosecco. Ha chiesto a tutti e nessuno ha detto di no, ma nessuno ha detto di sì. Certo non erano tenuti a farlo così come di imprenditori seri ce ne sono tanti ma evidentemente la maggior parte di loro ha la coscienza sporca. Lì i produttori di Prosecco ormai nascono come funghi ma anche i comitati perché c’è tanta gente che si ammala e finalmente anche stampa e tv iniziano a raccontarlo. Non è semplice dimostrare questi legami di causa-effetto ma non può lasciare indifferenti il fatto che i livelli epidemiologici siano più alti della media.

In 101 minuti hai tirato via dal vino la finta patina della sacralità e tolto i coperchi.

Il cinema è una pillola con lo zucchero ed è più accessibile a tutti.

Però ci sono più livelli di comprensione.

È vero. A me piaceva che il film avesse anche un risvolto positivo. Tanti produttori mi hanno detto “mi piacerebbe avere un’etichetta come quella del conte Ancillotto che è una specie di voto di castità”. A tutti ho risposto che per avere etichette come quelle serve avere anche lo stesso rispetto per il vino e per il mondo intorno. Se questo film potesse ispirare i produttori, sarebbe bello.

Con quale logica lo state distribuendo? E se pensi che il mercato estero possa capire.

Io mi sono messo a disposizione della distribuzione, lo stiamo portando sia dentro che fuori Veneto ma anche molto all’estero. Quando racconti una storia specifica di un territorio, quella storia diventa universale. Si faceva molto negli anni ’70 ma poi lo abbiamo perso. Oggi basta pensare al fenomeno Gomorra.

C’è stato un momento in cui Fedrigoni avrebbe voluto produrre il film in inglese, pensando che se non fossero arrivati fondi italiani lo avrebbe venduto sicuramente meglio. All’estero sono sempre in cerca di autenticità, soprattutto in America dove sottotitolano qualsiasi cosa pur di vivere storie che da loro non esistono. Pensa che di solito il film esce in Italia e poi viaggia negli altri Paesi, noi abbiamo già vinto a Cape Town il premio come miglior fotografia e la settimana prossima vado a presentarlo a Bucarest, Madrid e Tolosa. Questo è un territorio che non si è mai visto al cinema a differenza della Toscana che ormai satura l’immaginario italiano nel cinema americano. Io stesso ho scoperto colline che stavano a due chilometri da casa mia e che non conoscevo.

Cosa non si conosce ancora del Veneto che racconti.

Ti faccio un esempio per testimoniare la sacralità del cibo e del vino in questa terra ma anche del bisogno di scambio e di rispetto a cui non possiamo rinunciare. Vai una volta all’Osteria senz’oste di Valdobbiadene nel cuore del Cartizze, che poi è quel casale che si vede in una scena del film quando Battiston apre il frigorifero e tira fuori vino e salame. È un luogo che di notte viene riempito di Prosecco, pane fresco, uova, formaggi, salumi. Tu ti metti sui tavolini e lasci i soldi che vuoi dentro un salvadanaio: dare e prendere, insomma, ma con un’etica di fondo. Ora sta diventando un posto sempre più turistico, si è sparsa la voce e c’è persino un sito. Lì sei davvero immerso in un paesaggio incredibile e il Veneto non può rinunciare a una simile bellezza barattandola con la speculazione. Non può, non deve.

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