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Il Vino, Il Verde, il Vago

Planet or Plastic? Aveva ragione Carmen Consoli

Planet or Plastic? Aveva ragione Carmen Consoli

Ma io non posso accontentarmi 

se tutto quello che sai darmi

è un amore di plastica.

Carmen Consoli l’aveva capito già nel 1996, cantandolo, che con la plastica non avremmo trovato niente di buono, solo usa e getta.

Ormai abbiamo addosso più plastica che contatti umani e più imballaggi che sentimenti: ci siamo dedicati come maniaci alle confezioni e abbiamo creduto fossero più necessarie della materia da avvolgere. L’onda lunga sembra oggi un paradosso se pensiamo alla presunzione mascherata da buon senso con cui credevamo di proteggere i prodotti mentre rubavamo fiato all’ambiente. Il fiato è finito dopo essere stato corto per moltissimo tempo. Il Novecento è stato il secolo della plastica, ne abbiamo prodotta a dismisura, e poi ci siamo resi conto di quanta ne abbiamo mangiata e respirata, animali compresi, catene alimentari tutte.

Sono figlia di un imprenditore che alla fine degli anni ’60 mise in piedi una fabbrica di materie plastiche, si chiamava OSMA, lavorava tanto, rispondeva ai bisogni di quegli anni, era in linea con l’incoscienza collettiva di quanto certe scelte produttive e di consumo sarebbero costate al pianeta. La plastica aveva il sapore della rivoluzione buona: si sbagliavano ieri e ci sbagliamo ancora, almeno quarant’anni fa avevano l’alibi di non immaginarne i danni.

Che fossi una figlia della plastica anni ’70 mi è tornato in mente a Bologna, entrando dentro il complesso museale di Santa Maria della Vita dove National Gegraphic, Genus Bononiae e Fondazione Carisbo hanno allestito un schiaffo più che una mostra. La foto che accoglie il pubblico è quella in bianco e nero di una famiglia americana in mezzo a decine di oggetti di plastica, lo stupore incontenibile nei loro corpi, la posa rassicurante.

Dal momento in cui la plastica è entrata a far parte delle nostre vite, ne sono stati prodotti nel mondo 8,3 miliardi di tonnellate, di cui 6,3 diventati rifiuti che resteranno in circolo nell’ambiente per più di 400 anni.

Forse per rimettermi almeno in pareggio, la vita mi ha portata a lavorare per dieci anni dentro la maggiore azienda che gestiva i servizi di igiene urbana e raccolta differenziata nella provincia di Ancona; da Responsabile della comunicazione, per tutti i dieci anni mi sono imbattuta nella volgarità ambientale dei cittadini – italiani, sia chiaro, perché quando organizzavamo le assemblee pubbliche con le comunità straniere residenti c’era solo da imparare. Vivere da cittadini presuppone il rispetto delle regole di comunità e il fatto di pagare una tassa sui rifiuti non esonera nessuno dal fare la parte propria né autorizza a trattare come schiavi gli operatori in strada o le aziende che se ne occupano.

 

Planet or plastic? è al tempo stesso un titolo scomodo – invoca una scelta -  e democratico – non impone nulla, non emette un giudizio.

Pur non potendocelo permettere, viviamo sul crinale del dubbio e del libero arbitrio. Postiamo facilmente sui social la nostra piena solidarietà all’ambiente, agli oceani, agli scioperi del venerdì davanti alle scuole, agli incendi che ci portano via ossigeno e civiltà, all’urgenza di migliorare l’aria, agli animali intrappolati nelle scorie dei nostri consumi. Farlo non costa niente e migliora in apparenza la nostra immagine pubblica. Sarebbe più urgente starsene in silenzio, fare più che dire, e dedicarsi almeno ad uno dei punti chiave su cui la mostra si allunga: dalla quantità di plastica che viene prodotta nel mondo alla grave ricaduta sull’ambiente e sulla catena alimentare che ci mettiamo in pancia, dal riutilizzo degli oggetti prima di buttarli per sempre a un’educazione individuale e collettiva, dal rispetto per noi stessi a quello per il mondo animale che vorrebbe concorrere come noi almeno alla sopravvivenza.

In Bangladesh, sotto un ponte vicino al fiume Buriganga, una famiglia rimuove le etichette dalle bottiglie per venderle a chi acquista rottami di plastica. Un raccoglitore guadagna in media 100 dollari al mese.

 

Giusto cinque note che mi sono segnata durante la mostra.

1. La Cina è la principale produttrice di plastica e ne fabbrica oltre un quarto del totale mondiale.

2. Raccogliere plastica è diventato il gesto più importante: ne siamo talmente saturi che passa quasi in secondo piano l’evitare di disperderne altra.

3. La pratica dell’usa e getta va ormai lasciata solo agli usi medici.

4. In media una persona usa un sacchetto di plastica per non più di 15 minuti prima dello smaltimento: appena entra in mare, quel sacchetto è più pericoloso del pesce grosso per i pesci piccoli. Il problema più grave è l’ingestione, seguono soffocamento e impigliamento.

5. Su 100 oggetti di plastica, 9 vengono riciclati e 91 diventano rifiuti: di questi, 12 vengono bruciati e 79 finiscono in mare.

Nell’ultima sala della mostra – l’Oratorio dei Battuti, che rappresenta il primo esempio del Barocco bolognese - non ho resistito dal fare una foto: davanti agli occhi una parete intera dedicata alla mappa mondiale delle plastiche in mare (“Annegare nella plastica”); lì sopra, imponente, Il transito della Vergine, gruppo scultoreo di Alfonso Lombardi.

Come si può non pensare a come ci siamo ridotti rispetto alla bellezza di cui eravamo capaci? Non so se voluto, ma il contrasto è violento e pieno di sottotesti.

 

Planet or plastic? è aperta al pubblico fino al 22 settembre. Info qui.

Se potete, andate anche voi a prendere uno schiaffo e porgete poi l’altra guancia all’ambiente.

 

 

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