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Il Vino, Il Verde, il Vago

Napa e Sonoma Valley: il vino non è un rito

Napa e Sonoma Valley: il vino non è un rito

La forma non è tutto, non deve.

All’Italia non manca certo la perfezione nel calice, le manca il coraggio di non tirarsela nei modi.
Tra le valli di Sonoma e di Napa non c’è un metro quadro che non sia una vigna ma non si sente il disturbo, c’è rispetto nell’aria.

Le righe dritte dei filari tagliano le colline a scacchi che paiono coperte verdi, tutte fitte e attaccate; e ti verrebbe voglia di mettertele in spalla se non fosse che il sole, già a maggio, fa così bene il suo lavoro.
Helene, Linda, Bezir sono solo alcuni dei nomi a cui dai la mano per farti portare nello stile californiano dei vini che vent’anni fa hanno spostato i mercati e i palati, tra pregi e difetti. Vanno visti certi posti nel mondo se ami il vino. Viaggiare serve a capire.
Lavorano per cantine così diverse che ti chiedi come facciano ad essere così uguali nella bellezza dei modi: non ti vendono il rito per pochi ma l’esperienza per tutti, non hanno parole di circostanza e blasoni stampati addosso ma shorts e infradito. Spencer è in tenuta da sceriffo, lavora da tre anni per Buena Vista Winery fondata nel 1857 in piena Sonoma da Agoston Haraszthy, un pioniere ungherese che senza bellezza e grandezza non ci sapeva stare. Il paradiso si è messo in affitto qua dentro al punto da perdonargli persino certe punte di kitsch stampate in rilievo simil oro sulle etichette a forma di stella western o di rettili attorcigliati sul vetro. Suona pure il pianoforte, Spencer, tra barricaia e bicchieri.
Ogni cantina uno stile, mai la formalità che rovinerebbe tutto.
Enjoy ti dicono, e tu godi davvero.
Enjoy lo dicono sempre gli americani, un mantra senza caste.
In degustazione nessuno ha la presunzione di spiegare cosa ci sente in quel vino perché il vino è di tutti e l’unica cosa che devi provare a capire è dove sei, chi lo ha fatto, quanta anima ci ha spremuto dentro. Questo ti raccontano, in California.
Robert Mondavi è un pezzo di vangelo italiano per chi crede nel vino ed è un buon praticante. Per primo portò a Napa la cultura del prodotto, aprì le porte a chi non ne sapeva nulla, introdusse degustazioni e visite in tempi non sospetti, gli enologi che hanno lavorato per lui si sono messi in tasca l’esperienza di una vita, ha tirato su ponti lunghissimi per allacciare la storia californiana con quella grande francese che adorava. Amava la moglie e le rose più di ogni altra cosa, l’arte e la scultura al pari delle prime. Visitare ciò che resta oggi del suo sogno mette addosso i brividi perché è ancora vivo in ogni centimetro di vigna nonostante l’azienda sia ormai in mano a un grande gruppo americano; batte nelle sale interne quel cuore, nelle parole con cui la signora che guida il gruppo lo ricorda come parlasse del padre.
“La vera bellezza la vedi soltanto mentre dorme”. E’ scritto vicino ad una statua nel giardino di Peju, azienda dai vini mediocri ma dall’accoglienza senza eguali. Mi ero chinata solo perché volevo fotografarla tutta la purezza che usciva da quel bronzo e invece mi sono distesa sul prato accanto a lei, l’ho capita. La mediocrità aveva cambiato colore.
Se non sei un tecnico, bere vino non ha niente a che vedere coi processi, i riti, gli archetti sul calice e i retrogusti a parole.
Il vino migliore ti si siede dentro la memoria, solo tua, e non lo toglie più nessuno.

Così come la maglia di Superman dove al posto della S c’è la Z di Zinfandel: Italia, scendi dal piedistallo e riditi un po’ più addosso.

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