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Il Vino, Il Verde, il Vago

La Sardegna che non ti aspetti. Diamole Corda.

La Sardegna che non ti aspetti. Diamole Corda.

Me lo versa e di colpo mi chiedo come possano stare così vicini due pensieri tanto distanti: il sole di Sardegna e un vino bianco spudoratamente chiaro e trasparente. L’aspettativa sale come mai si dovrebbe. “Siamo a Serdiana in provincia di Cagliari, il secondo comune più vitato in tutta la regione. I nostri sono terreni caratterizzati da marna e arenaria e presenza di calcare quindi mineralità spinta, moltissimo. Quello che stai bevendo è il Nuragus Corda di Cagliari DOC 2016, anticamente l’uva più coltivata di tutta la zona ma poi i mercati e le mode hanno iniziato a spingere verso il Vermentino, di certo più semplice da vendere perché più commerciale come prodotto”.

Da pochi giorni è stata inaugurata la nuova cantina all’interno dell’azienda agricola su 40 ettari di terreno: 15 a vigneto, 12 a oliveto e il resto, nemmeno spiccioli, a seminativi. La cantina nasce da 5 anni di gestazione in cui Antonella ci ha tradotto la sua idea personalissima di terra e di Sardegna.

Il Nuragus si raccoglie tardi, quando ottobre sa già di autunno; bianchi sono i terreni calcarei di cui vive. “Noi controlliamo questa attitudine verso la mineralità sia dal punto di vista agronomico (inerbimento e sovesci) – premetto che noi siamo un’azienda in conversione bio – a soprattutto con il diradamento dei grappoli quando sono ancora verdi. Forse è il vitigno che ci dà più da fare perché se fosse lasciato libero darebbe volumi incredibili, servono quindi diradamento e defogliazione oltreché estrema attenzione a quella sua sensibilità per l’oidio che lo rende simile allo Chardonnay. Ha un grappolo molto grande e acini piccoli con un rapporto polpa buccia molto spinto verso la buccia. Tutta la cura che gli dedichiamo permette anche ad un vino con una dotazione alcolica medio-basso (questo sta sui 12,5% vol.) di avere una bella struttura. Il colore dipende dal fatto che parliamo di un vino soggetto molto facilmente a ossidazione per cui noi lavoriamo tutto in riduzione preservando le sue caratteristiche che altrimenti rischieremmo di perdere. Raccolta a mano delle uve, poi raffreddiamo le cassette e usiamo il ghiaccio secco per ridurre la presenza di ossigeno. In Italia la riduzione sta diventando sempre più una risorsa per garantire quei profumi dell’uva che comunque si riducono già di molto con l’utilizzo di solforosa che tanto nuoce sull’aspetto aromatico del bicchiere”.

Antonella Corda è giovanissima ma occupa lo spazio con una conoscenza del mestiere rara alla sua età. Spiega il vino poggiando sempre le risposte su una fede per i terreni, lei che in mezzo al vino c’è nata e cresciuta essendo la nipote di un eterno Antonio Argiolas ed è proprio sui suoi terreni che ha reimpiantato dopo che, dal 2009, la madre ha ricominciato a fare vino con 7 ettari di Vermentino. “Poi io nel 2010 ho preso in mano l’azienda perché avevo appena terminato gli studi, mi sono laureata a Sassari in Agraria. Lei aveva sempre desiderato riprendere in mano questa attività ma poi sono passati gli anni e in qualche modo sono stata io l’anello di passaggio e vorrei dare continuità ad un progetto di famiglia. Ora abbiamo alle spalle soltanto due annate per cui stiamo ancora ragionando sulle impressioni che rimandano questi vini e soprattutto i mercati che abbiamo aperto: per ora lavoriamo benissimo con Stati Uniti e Belgio. Non solo per noi, ma anche per loro, è stata una scoperta impagabile il poter entrare in contatto col Nuragus. Giudizi non soltanto tecnici ma anche gustativi ci stanno dicendo che siamo di fronte ad un vino che può regalare grande continuità”.

Irresistibile Nuragus, forse anche per la novità che porta al palato dopo che i Traminer&Thürgau ci hanno anestetizzato per anni tra aperitivi e cene di pura inerzia.

Dal mare e terra del Nuragus al solo mare del Vermentino che senza acqua non può stare. “La prima vite che abbiamo reimpiantato è stato il Vermentino che si trova nel terreno proprio adiacente a quello del Nuragus; evidentissimi anche qui marna, arenaria, calcare. Terreni profondi anche loro. Raccogliamo a mano e selezioniamo all’interno dello stesso filare per zone disomogenee, del resto possiamo permettercelo su un terreno di appena 5 ettari. Ad ogni modo tutte le persone che lavorano da noi credono in questo progetto per cui non può che andar bene a tutti. Siamo davanti a un Fermentino che esalta la continuità col Nuragus  e potenzia fortemente tutta la macchia mediterranea”.

In azienda la aiutano il marito trentino conosciuto ad un master a San Michele all’Adige proprio sulla gestione del sistema vitivinicolo, Christian Puecher, più quattro collaboratori per la campagna che danno una mano anche dentro; in capo a lei tutta la parte agronomica. “Vorrei fare un passo indietro e dire che noi abbiamo messo in piedi la cantina nel 2013 ma io avevo anche lavorato con mio padre vinificando già dal 2009 al 2011, la sua era una cantina che si occupa soprattutto di commercio ma l’avevamo attrezzata anche per sperimentare e capire concretamente se avremmo potuto raggiungere i nostri obiettivi”.

Eppure la Sardegna che troviamo nella carte dei vini in giro per l’Italia è ancora avara di ricerche, la percezione dei vini sardi sul continente sa ancora di vecchio, pesante, da poter bere solo d’inverno. “La domanda che mi fai è se i vini sardi riescono ad arrivare correttamente sulle carte. Noi ci siamo affacciati da poco e comunque come canale di distribuzione sceglieremo soltanto quello Horeca. Essendo piccoli abbiamo voluto fortemente scegliere un distributore unico che credesse in questo progetto aziendale. Da un punto di vista interno alla regione, culturalmente posso dire che c’è una tendenza in forte crescita. Noto una forte spinta dei giovani a voler proporsi o a voler cambiare le cose rispetto a prima. Io mi reputo tra i fortunati che hanno avuto la possibilità di misurarsi con il mestiere per il quale studiavano da sempre; sempre più incrocio cantine e ristoranti gestiti dai giovani. Spesso da fuori si dimentica che noi sardi siamo un’isola e qualsiasi cosa venga cercata all’esterno comporta dei costi maggiori e degli sforzi proporzionati proprio a questa maggiorazione. Certo incide molto meno rispetto al passato perché i mezzi di trasporto e di comunicazione abbattono ormai i costi riducendo distanze e gravosità ma il divario resta e non sono scuse”.

Degustazione con Antonella Corda, Vinitaly 2018 – Area FIVI

 

Ma è sui rossi che questa cantina vuole dire la sua ad un mercato abituato ad altri stereotipi. “Il nostro Cannonau vive su una lingua di terra completamente diversa dagli altri terreni, l’antico letto di un fiume proprio qui accanto accanto conferisce una natura alluvionale ricca di scheletro e con  prevalenza di limo”. Antonella colloca le risposte con una geografia esatta e millimetrica, anticipando le giuste domande che chi ama il vino dovrebbe farsi quando beve un bicchiere: dove sta la vigna, che terreno c’è , che aria tira. “Quando abbiamo deciso di fare questo nuovo impianto abbiamo notato l’assonanza con i terreni di Châteauneuf du Pape dove si coltiva il Grenache, il fratello cugino. Notata questa assonanza, abbiamo intuito che poteva diventare una grande risorsa perché in Sardegna mediamente non viene mai  scelto questo tipo di terreno. A me sembra di aver portato nel Cannonau una finezza e un’eleganza che spesso sono mancate. In cantina usiamo grande accortezza e nessuno dei mezzi meccanici tradizionali per il rimontaggio; sfruttiamo invece la pressione della fermentazione evitando quindi la rottura delle bucce e soprattutto la dispersione di un tannino invadente”.

Bevo e dimentico le rughe, quasi solchi, sui troppi Cannonau finora bevuti in nome dell’austerità isolana.

Dire fresco a un Cannonau sarebbe stato un’offesa fino a poco tempo fa ma Antonella Corda lo produce proprio così: fresco dentro. Lei che guarda oltre e il passato lo rispetta come un nonno, ma di imitarlo non ci pensa proprio.

 

(Credits foto di copertina: archivio Antonella Corda)

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