Pages Navigation Menu

Il Vino, Il Verde, il Vago

Il vino è fermo sopra Berlino

Il  vino è fermo sopra Berlino

Non serve scendere sul tecnico se lo scopo dell’intervista è osservare il mercato, anzi la mappa. Una mappa che non ha solo i confini oggettivi della geografia – spesso sempre più labili – ma anche quelli convenzionali dei luoghi comuni – sempre più netti. Il Veneto non è una regione come le altre se si parla di vino: qui il vino è un secondo Dio solo per chi ne ha già uno.

“Io, da veneto che ha avuto sempre a che fare col vino, faccio fatica a vedere da fuori gli stereotipi legati a queste terre, ma insieme ci possiamo provare”, mi dice Giovanni Ponchia, enologo, che non ho chiamato in gioco a caso. “La chiave di lettura dei luoghi comuni è tutto”, aggiunge. Dal 2017 è il Direttore del Consorzio Vini Colli Berici e Vicenza, ma il suo contatore segnava già dodici anni alla guida del Soave. Un approccio molto al di sopra delle menti che guidano solitamente certe realtà macchinose e impolverate, una freschezza di linguaggio e di approccio, la familiarità con sguardi internazionali.

“Inizierei da quello che è senza dubbio uno dei più frequenti. Magari mi allargo troppo ma la percezione, dal di dentro di questo territorio, è che il nostro mercato per eccellenza sia la Germania. In effetti è così per molte delle denominazioni locali, ma non per quelle che mantengono un prezzo elevato, le quali, infatti, trovano maggiori soddisfazioni di vendita nei Paesi del Nord Europa come Benelux, Svezia, Norvegia, ma anche Svizzera e Stati Uniti. Un mercato come quello tedesco, che si basa per un 70% sulla grande distribuzione e sui discount, si deve necessariamente orientare sulle tipologie economiche e con ottimo rapporto qualità-prezzo. La Germania è un immenso bacino per Soave, Prosecco e Lugana, questo è il fatto”.

Quali sono allora i mercati di riferimento per vini come l’Amarone, tanto per citare il capofamiglia?

Lì ti rendi conto che al primo posto ci sono Paesi come la Danimarca e la Svizzera. Se parliamo di vini sopra i dieci euro, quelli sono i mercati. Non c’è storia.

Come venire fuori dal fraintendimento?

È evidente che il Veneto deve iniziare a guardare più lontano e a investire su mercati meno comodi da raggiungere ma più sensibili alla qualità e meno al prezzo, con una più elevata capacità di acquisto. Sto dicendo delle ovvietà se le guardiamo da operatori interni come noi ma è bene dirle anche a chi sta fuori, certe cose.

Giappone, Corea del Sud e Singapore, per dirne solo tre, sono forse i mercati più indicati per provare a crescere fuori con i vini bianchi, con gli spumanti, con i vini dolci. Invece Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia, Svizzera sono quelli elettivi per i rossi. Alcune grandi denominazioni venete sono da anni in una posizione stagnante anche dal punto di vista del posizionamento del prodotto: parlo del Soave e del Prosecco e, se andiamo a vedere dove vanno a finire coi grandi volumi, ecco che ritroviamo la Germania e anche il Regno Unito. Se hai un mercato che ti assorbe fino a un 30-40% della produzione, sei veramente troppo vincolato alle dinamiche di quel mercato e se più del 70% ti si muove sui canali e sugli scaffali della GDO, non è certo lì che andrai mai a vendere vini di altissima qualità sopra i venti, venticinque euro.

Dov’è che si morde la coda questo cane, chi orienta il mercato veneto?

Innegabile che la questione riguardi principalmente i grandi gruppi cooperativi e i grandi imbottigliatori industriali, cioè i principali interlocutori delle catene distributive tedesche. Troppo facile come mercato, la Germania. Però non voglio certo suggerire di abbandonarlo, per carità. Mi sembra solo davvero pericoloso appoggiare là quasi tutto l’export.

C’è una matrice culturale comune tra le diverse zone, c’è un’identità più alta in cui ritrovarsi?

La natura cooperativa qui è forte, ha un peso solido, e posso anche dire che funziona nella misura in cui è riuscita a garantire un reddito con costanza a un grandissimo numero di piccolissimi viticoltori spesso con vigneti da meno di un ettaro. Qua non abbiamo le estensioni della Toscana, per farti capire. Questo frazionamento del Veneto ha da un lato il ritorno paesaggistico per la bellezza dei terreni anche solo a colpo d’occhio e dall’altro gli elevati costi di manodopera; di certo il frazionamento è stato anche il segreto del mantenimento di alcuni areali un po’ complessi ma di pregio immenso. Altra grande impronta culturale è sempre stata quella dei distretti viticoli.

Quindi i distretti hanno marcato anche il Veneto del vino.  

La viticoltura non è stata da meno rispetto al mondo tessile o orafo, per citare i primi che mi vengono in mente. Nel tempo abbiamo creato anche per il vino veri e propri poli di specializzazione puntando alla qualità e all’ottimizzazione dei processi. Dimentichiamo sempre con troppa facilità che siamo un Paese di manifattura.

Sono ancora forti questi distretti o hanno incassato colpi anche loro?

Direi che sono ancora saldi il sistema del Prosecco Valdobbiadene, della Valpolicella e del Soave. Però vale anche per alcune piccole aree che si aggrappano belle forti al distretto della loro identità.

La capacità rigenerativa del Veneto.

Partire dagli errori è alla base di tutto, soprattutto quando ti serve rinnovare da dentro e sviluppare una capacità di adattamento, in questo caso al mercato. Due esempi su tutti, in questo momento storico: la conversione del Prosecco dalla versione tradizionale Extra Dry a quella Brut e, storia molto più nota, quella della Valpolicella che aveva un vino dolce come il Recioto da cui nasce per errore un altro vino come l’Amarone, che diventa poi l’ariete con cui sfondano i mercati, lasciando infine la palla al Ripasso.

Questi distretti hanno assorbito anche tanta manodopera dai territori? 

Certo, anche se rispetto al meccanico e al manifatturiero i numeri sono ridotti in termini occupazionali. Il Veneto resta comunque una regione molto disomogenea e questa disomogeneità si misura non solo sul piano culturale e produttivo ma anche su quello economico. Per non parlare della comunicazione, qua ogni territorio si muove e parla ispirato dalla propria natura e dalle proprie risorse.

Quello del vino è oggi un settore professionale di cui vantarsi? Mi interessa capire come i giovani lo percepiscono, se è un mestiere che fanno con orgoglio.

Da noi produrre vino è culturalmente un grande valore. Fino a venti anni fa, fine anni Novanta quindi, lavorare nel mondo agricolo in genere, e in quello vitivinicolo nello specifico, non interessava a nessuno nel senso che eravamo in una fase di fuga verso la città e di assorbimento psicologico dalla new economy. Incredibile come negli ultimi quindici anni sia passato dall’essere un lavoro di dignità relativa a un lavoro di fascino.

Cosa ha fatto salire di valore l’immaginario comune? Una spinta di orgoglio da dentro o un trasferimento di modelli esterni, magari anche internazionali?

Credo sia figlio in qualche modo dei numeri, un circolo virtuoso insomma. Venti anni fa le denominazioni maggiori avevano dentro al massimo venti, trenta associati e oggi arrivano anche a cento. Sono proprio cambiati gli attori della filiera, oltre a essere aumentati. E poi c’è la componente del voler metter in campo singole sfide imprenditoriali, spesso tramandate in questo settore a figli che hanno studiato e si sono preparati con altri strumenti.

In controtendenza rispetto ai trend di altri distretti e settori dove i figli hanno spesso distrutto o dissipato o abbandonato.

Il vino ha una spinta diversa, i giovani che ci lavorano lo fanno per trasferirci valori ben più alti della sola gratificazione economica. E poi questo è un campo dove la formazione sta facendo la differenza: nel mondo del vino oggi la formazione è farsi spesso una valigia e andare in giro per il mondo, ciò che i padri in passato non hanno mai fatto (salvo rari casi), ma oggi partono anche loro. Tutto questo ha innescato anche una diversa relazione competitiva tra aziende, confronti più serrati e più stimolanti non solo per loro ma per l’intero comparto. Devi saperlo per forza cosa beve la gente in giro per il mondo se fai o vendi vino.

Come si presenta all’estero un produttore veneto che cerca di vendere il suo territorio del tutto sconosciuto ai più, il suo vino?

Molti hanno trovato una scorciatoia vincente. Abbiamo capito che, nell’ottica cinese o americana, i cinquanta o sessanta chilometri che ci separano da Venezia sono niente. Nel mondo, Venezia vale ben più di Milano o di Firenze. Lo abbiamo capito così bene che, se vai in giro per il mondo ad ascoltare un veneto che presenta i suoi vini, una delle prime cose che gli sentirai dire con orgoglio è “siamo vicino Venezia”.

 

Articolo pubblicato su Senza Filtro del 7 novembre 2018.

Leave a Comment

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>