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Il Vino, Il Verde, il Vago

Il vino di Marisa Cuomo non soffre di vertigini

Il vino di Marisa Cuomo non soffre di vertigini

Dall’alto è tutto diverso. Dall’alto, se riesci a vincere gli ostacoli, sarai forte per sempre.
Lo sanno bene le vigne di Marisa Cuomo, a cinquecento metri e anche più, che in alcuni tratti spuntano direttamente dal muro a secco quasi fossero un’installazione artistica al Moma.
Lei, Marisa Cuomo, che nel 1980 ha potuto mettere il proprio nome su questo gioiello come regalo di nozze dal suo Andrea Ferraioli– uomini rari –  oggi porta quel nome in giro per il mondo con tutta la perfezione di un simile incastro: il terroir, la tenacia, il sole,  l’altezza, il mare, la roccia di Furore sulla Costa d’Amalfi, il marito sempre con lei.
Prima di loro il marchio si chiamava Gran Furor Divina Costiera, era il 1942. A tenere insieme le due storie ci sono ancora le dita nodose degli anziani di paese e dei coltivatori che conferiscono tutte le loro uve per essere parte di una storia di coraggio. Vendemmie che partono alla fine di ottobre, quando il sole ormai ha fatto il suo lavoro, e che costringono a raccogliere a strapiombo o su stradelli sbeccati dal tempo, stretti, storti, piccoli anche per le gambe più solide che vanno avanti e indietro, su e giù.
Andateci a Furore, il paese che non c’è. Lo chiamano proprio così. Non c’è una piazza. Non c’è un luogo comune per chi ci vive. Solo tornanti, uno dopo l’altro, pazienti come il Sud. Sì, andateci a Furore, anche se a un certo punto vi sembrerà di aver perso il bivio giusto per deviare, lì  in fila, a passo d’uomo dietro al bus di linea che invece sembra dirti  “seguimi perché c’è ancora vita quassù”. C’è vita e come, dietro quella curva. Ora lo chiamano anche il paese dipinto perché artisti e pittori lo hanno riempito di murales che staccano dalla normalità il bianco delle case.
Da Marisa Cuomo regna la discrezione  – e anche la mitezza – che si mescola ai silenzi della terra. E sono proprio bravi a farti accomodare sul divano e a raccontarti la storia di quei vini prima di portartele a vedere le vigne a parete, orizzontali come parole crociate, e prima di portarti in cantina, scavata a mano per quattro anni col martello pneumatico dopo averne aspettati altrettanti per avere le autorizzazioni a farlo. Meglio saperlo prima quello che ti aspetta perché, come ogni miracolo, poi lo scopri diverso e più perfetto dell’idea che ti eri fatto. Le barriques di rovere francese riposano tra le pareti sottratte alla montagna per una giusta causa e, a colpo d’occhio, ti acorgi che la roccia rilascia umidità quasi fosse ancora il sudore del martello e quella stessa umidità è linfa per le botti e per il vino.

Marisa Cuomo è il marchio di un paese intero.
Andateci a Furore, tutta pietra dolomitica-calcarea che guarda il mare dall’alto e non lo teme. Proprio come i campioni coraggiosi che ogni anno vengono da tutto il mondo per partecipare alla gara internazionale di tuffi a picco sul celebre fiordo, con lancio da una pedana a 28 metri che pare sia la più alta del circuito internazionale.

A Furore, dove tutto sembra impossibile, anche l’acqua si accoppia bene col vino.

 

Imperdibili:
Gran Furore Fiorduva: la perla di casa Cuomo. Blend di uve Fenile (30%), Ginestra (30%) e Ripoli (40%).
Furore Rosso Riserva: 50 e 50 per Aglianico e Piedirosso (Per ‘e Palummo, a dire il vero e con le parole giuste: l’uva rossa col graspo a zampa di piccione).

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