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Il Vino, Il Verde, il Vago

I padri e i figli di Vinnatur

I padri e i figli di Vinnatur

Fanno vini che piacciono sia a Madre Natura che a loro, e di questi tempi non è mica poco alzare la testa al dio mercato.

La mia due giorni 2018 a Vinnatur sta tra il Summa di Lageder in Alto Adige e il Vinitaly del mondo intero, con la responsabilità dei tasselli a cui viene chiesto di tenere in piedi il dentro e il fuori dal muro, lo sconosciuto e il già noto. Il muro siamo noi che compriamo.

Vinnatur fa bene perché aiuta a capirci di più toccando con mano. Fa bene perché non hai paura di sbagliare se ti scappa di bocca un bio di troppo, lì ti sanno spiegare e correggere senza la fretta degli stand patinati veronesi.

Quanto imbarazzo ancora – per non dire confusione e inesperienza diffusa tra i non addetti – nel definire questa matrice contadina con cui grazie al cielo i produttori si ostinano a tenere attaccate per terra le radici e a schifare la chimica che se la fa con gli standard.

Non sai mai se chiamarlo solo bio o se azzardare un biodinamico o un biologico; molti vanno lisci dicendo semplicemente naturali, qualcuno si spinge persino sul vegano. L’imbarazzo vale anche al contrario quando si tratta di definire ciò a cui siamo da sempre abituati: c’è chi dice metodo convenzionale e chi tradizionale. Mi sembra che si guardino ancora a distanza le due facce della luna e allora c’è solo un modo per capire da che parte andremo: spingere sui ristoranti e le enoteche, farli convivere comodamente nelle carte e spiegare con intelligenza a chi consuma che il palato è stanco e va riabituato a scegliere. Certo che i vini vengono tutti dalla terra ma da qualche parte negli ultimi vent’anni sono stati dirottati dall’ego e dalle tasche di certi enologi e consulenti.

Una edizione di Vinnatur che porta con sé la buona idea dei sei percorsi tematici per orientare pubblico e stampa: i nuovi produttori, i rifermentati in bottiglia, gli orange wines, i no solforosa, gli hand made wines e i vulcanici.

Sono rimasta fino ai minuti finali quest’anno, fino alle 18 dell’ultimo giorno che arrivano inesorabili come il fischi d’arbitro a fine partita. Lo consiglio di fermarso ogni tanto a fine fiere perché se ti assiste la buona sorte trovi sì molti che hanno già smantellato lo stand ma anche quelli che giocano le ultime carte per lasciarti il ricordo. A me è andata di lusso con un Sangiovese dell’86, un passito di Trebbiano con diverse decine d’anni sulle spalle e persino un Occhio di pernice: tutti dalla stessa mano che tra qualche riga sarà facile riconoscere.

Niente come l’allegoria del padre e figlio può però spiegarci a che punto siamo e queste sono le storie che, tra le circa 200 presenti, più di altre hanno teso la mano al mio istinto.

 

 Azienda agricola Moretti biodinamica “Podere Casaccia” – Scandicci (FI)

“Siamo partiti agli inizi del 2002 con vigne vecchie di sessant’anni che erano completamente abbandonate, le abbiamo riportate e rimesse a posto andando più volte in Francia per imparare da maestri come loro. Da lì i vecchi cloni sono stati reinnestati nelle nuove vigne e oggi siamo a circa cinque ettari” mi spiega Lucia Mori che al fianco di Roberto Moretti è una marcia che tira. “Con Roberto Bandinelli dell’Università di Firenze – che poi è quello che ha riscoperto gli antichi vitigni toscani – abbiamo fatto un lunghissimo studio sul Sangiovese, di certo ben diverso da quello di cinquant’anni anni fa, rendendoci conto che avevamo un patrimonio di cloni a dir poco raro, non potevamo sprecarlo. Contiamo oggi su Sangiovese, Malvasia nera e Canaiolo e non abbiamo voluto per scelta vitigni autoctoni internazionali. Abbiamo ripiantato anche il Pugnitello e il Foglia tonda e alle nuove vigne chiediamo solo vini in purezza. Lavoriamo sull’uvaggio e mai sul blend in cantina perché secondo noi in biodonamica la terra chiede questo, così come il calice. Di bianco abbiamo un Trebbiano e Malvasia, annata 2015 e 9 mesi di lunga macerazione sulle bucce: fino a 3-4 mesi le bucce rilasciano moltissimo della loro parte meno nobile al palato quindi non facilitano la parte gustativa con tutto il tannino che si portano appresso, poi però riparte la fase capace di conferire morbidezza e rotondità e noi puntiamo a quella”.

Una degustazione caratterizzata dalla stessa matrice di terreno sia in bianco che in rosso, rosato memorabile compreso; un terreno scattante e minerale nel bicchiere. Podere Casaccia scardina il ruolo del Canaiolo da taglio col Sangiovese che invece qui si fa in purezza così come il Pugnitello (fa grappoli come piccoli pugni) che ha rese bassissime ed per questo fu espiantato qualche decennio fa. Tutte uve che hanno assoluto bisogno di fare bottiglia e di ricevere lente carezze dal tempo. degustazione delle selezioni e riserve delle vecchie vigne.

Lucia lavorava nel mondo assicurativo, felice di farlo finché non ha incontrato Roberto, medico che prese in mano la storia vinicola del padre e a cui disse chiaramente che ora ci voleva pensare lui a fare il vino e a farlo nel rispetto totale della terra. “Ogni mattina, mentre mi preparavo per andare in ufficio a Firenze, mi guardava e mi chiedeva “Dove vai?”, aggiunge lei. “Come dove vai?, rispondevo ogni volta. “Qui c’è tanto lavoro e ce n’è per tutti e due”. Aveva ragione e lo aveva capito prima di me che sarebbe stata anche la mia vita, persino mia madre l’aveva capito che quando venivo qui stavo nel mio mondo. Ma i genitori, si sa, capiscono tutto molto prima di noi”.

Degustato: Sine Felle Ambrato “Toscana bianco” 2015, Sine Felle Rosato “Toscana Rosato” 2016, Canaiolo Toscana Rosso 2016, Pugnitello Toscana Rosso 2016, Priscus Toscana Rosso 2016.

 

Lucia e Roberto

Lucia e Roberto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Degustazione Vinnatur 2018_Podere Casaccia

Degustazione Vinnatur 2018_Podere Casaccia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Azienda agrobiodinamica Casale – Certaldo (FI)

“La mia famiglia ha un’azienda agricola che abbraccia la collina di fronte a San Gimignano, abbiamo un libro mastro in cui sono registrati i raccolti dal 1770 fino al 1915. Facciamo biodinamica dall’80 e siamo certificati dal ’95. Nel 1980 il mio babbo era già su questa rotta ma io l’ho voluta rafforzare. Il primo anno per convincerlo che questa era la strada giusta ho fatto con la pompa a spalla una vigna da dieci mila metri quadrati e poi a luglio ci siamo detti: “Quale delle due è meglio? Via, si fa col tuo metodo, ha risposto lui”. A spiegarmi tutto questo e tutto d’un fiato è Giuseppe Giglioli. “Io punto sul metabolismo della pianta affinché ci renda biodisponibile tutto il meglio che si può raccogliere dall’humus e dal lavoro che fa la microbiologa del suolo. Tutto questo quadro minerale entra nel grappolo e a cascata nel vino: solo così ci arricchiamo e miglioriamo il nostro stato di salute bevendo calici ispirati a questa logica. E’ la logica del giusto, non del troppo. Abbiamo Trebbiano e Sangiovese, Canaiolo e Colorino, la vecchia ricetta del Chianti. Ultimamente si assiste un po’ alla riscoperta del Trebbiano ma io ci ho sempre creduto perché è una pianta davvero generosa. Se noi possiamo avere un prodotto ottenuto in equilibrio dinamico, allora la pianta si difende da sola da tutte le patologie ed è anche capace di offrire un complesso aromatico notevole. I vini migliori vengono sempre dagli sbagli: io ho iniziato a fare i macerati e non sapendo cosa farne li ho messi poi in botti a stagno. Ne venne fuori un prodotto meraviglioso e da lì in poi ho solo continuato. Oltre al Chianti ho anche il Sangiovese in purezza. Lavoro appunto con le botti a stagno e dovendole tenere sempre piene, perché altrimenti il prodotto si sciuperebbe, al bisogno man mano lo riempio col Chianti delle future annate che ho preparato in acciaio e cemento. Esco con una Riserva di dieci anni”.

Oltre ai vini in degustazione ufficiale, ogni tanto si china sotto il tavolo e tira su campioni di vasca o riserve impagabili fino a 30 o 40 anni di ottima salute e rara bevibilità. Nei venti minuti che passo con lui, vengono a trovarlo amici, sconosciuti, importatori asiatici. Tra questi inizio a parlare con un uomo che di quei vini ne sa; mentre assaggia e ride con Giuseppe si intuisce confidenza, risuona sintonia: è Stefano Fabris dell’Antica Osteria al Castello, a Gambellara, sempre in zona Vicenza. Lui sa misurare bene la temperatura del settore e quindi ne approfitto. “Concordo con te che la ristorazione italiana mediamente ancora non è pronta per i vini naturali ma dovrà esserlo e anche in fretta perché, anche se non è pronta lei, presto sarà il consumatore ad esserlo e giustamente lo pretenderà. Io in carta ho solo vini così perché già 17 o 18 anni fa capii che occorreva cambiare direzione. Ho fatto questa scelta perché si tratta di una dimensione più ampia del solo bere bene, si tratta di stile di vita e di educazione alimentare. Abbiamo avuto una gran fortuna a nascere in Italia e ne siamo debitori con noi stessi, dobbiamo rispettarci. Chi produce vino senza contaminarci va sostenuto sempre più, possono darci il meglio, è doveroso star loro accanto affinché non cedano”.

Di Trebbiano degusto il 2016 e il 2014, entrambi macerati senza solfiti. Giuseppe aggiunge che “A casa ho in maturazione il 2011 in acciaio, mentre 2012, 2010 e 2009 stanno in botti di castagno. Ora passiamo ai rossi”. Bere con lui è una giostra di quelle in sui salivi da bambino, che dovevano chiamarti di continuo per convincerti a scendere. “Io faccio un vino che piace a me ma so bene che nella vita devi sopravvivere continuamente alle condizioni ostili. Dobbiamo sdoganarci in fretta dai vini fatti tutti uguali e tutti senza un’anima. Dobbiamo convincere il consumatore che sta facendo la scelta giusta, la sua resistenza è lo standard a cui il mercato lo ha abituato e ridotto, non solo di gusto ma anche di costo. Io mi impegnerò sempre nell’offrire vini puliti”.

 

Giuseppe Giglioli dell'azienda agrobiodinamica Casale

Giuseppe Giglioli dell’azienda agrobiodinamica Casale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sangiovese 1986 a Vinnatur 2018 - Azienda agrobiodinamica Casale

Sangiovese 1986 a Vinnatur 2018 – Azienda agrobiodinamica Casale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cà de Noci – Quattro Castella (RE)

Sono biologici dal 1993. Il padre Vittorio aveva dato il via alle prime vigne negli anni Settanta ma poi ci hanno pensato i fratelli Alberto e Giovanni Masini a farsene carico e a impiantare. “Nostro padre è ancora al nostro fianco e non ha posto alcuna resistenza nel passaggio ad una viticoltura come questa. Dalla vigna alla cantina il salto lo abbiamo fatto noi, così come dal convenzionale al biologico. Nostro padre è assolutamente favorevole e ci ha lasciato carta bianca, non sapendone nulla ha fatti bene a fidarsi dei figli”, mi dice Alberto mentre mi concede con sguardo gentile l’ultima sua degustazione di quest0 2018 a Vinnatur. Mi arriva la sua comprensibile stanchezza ma più forte mi arriva la consistenza del suo mestiere. L’azienda sta sulle prime colline a sud di Reggio Emilia che per associazione di idee va subito al Lambrusco: a questi due fratelli però non bastava farlo bene, volevano farlo diverso dal mercato.

“Lavoriamo su due suoli: uno appenninico per le uve rosse e uno sassoso di fondo valle per le varietà a bacca bianca. Le bianche sono Spergola, Malvasia e Moscato, le rosse ovviamente le classiche da Lambrusco a cui però abbiamo aggiunto il Malbo gentile – da sempre tra le varietà del Lambrusco ma poi abbandonato nel corso della storia per non poche difficoltà di coltivazione dovute a una vegetazione decadente che si arrampica con difficoltà alle spalliere. Altra varietà antichissima di Lambrusco che abbiamo recuperato è la Sgavetta, rarissima, e mi sento di dire che forse siamo gli unici; con questi due produciamo sia il frizzante che il fermo. La Sgavetta è più rustica, il Malbo più sensibile alle malattie, per le rese sono più o meno allo stesso livello. Hanno note simili di bacca rossa e frutti di bosco ma l’acidità della Sgavetta è di gran lunga maggiore per cui vanno sempre usati in combinazione, sempre, nel nostro Lambrusco. La Spergola la usiamo in purezza sia per i rifermentati in bottiglia che per il metodo classico che è un 36 mesi”.

Degustato:  Emilia Bianco Bio “ Le Rose” 2016 (Malvasia rifermenatta in bottiglia) e Metodo classico “Riserva dei fratelli” vendemmia 2013 (uva Spergola in purezza da vigna di oltre 40 anni). Per una fedelissima del vero Lambrusco come me, Cà de Noci porta un gran valore aggiunto.

 

Alberto Masini di Cà de Noci

Alberto Masini di Cà de Noci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Degustazione Cà de Noci_Vinnatur 2018

Degustazione Cà de Noci_Vinnatur 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Terre di Pietra – Marcellise San Martino Buon Albergo (VR)

Per loro è il primo anno a Vinnatur. Dico loro mentre parlo con Cristiano Saletti perché di fatto lui continua a parlare al plurale anche se la sua Laura Albertini purtroppo se ne è andata giovanissima lo scorso anno. Non sapevo nulla di questa piega di dolore e incasso il colpo mentre mi spiega che l’etichetta Ellezero – IGT Veronese bianco – è stata disegnata da una delle due figlie ancora piccolissime a ricordar la madre; la lettera elle non tradisce il nome, lo zero sta per nessuna solforosa aggiunta, il tratto grafico indiscutibilmente bambino grida le porte di un’infanzia a cui la vita ha bussato troppo presto. “Abbiamo iniziato coi vini naturali nel 2011, partiti con la biodonamica in vigneto, ma il percorso è stato poi un po’ più lungo. Una passione iniziale e fortissima di lavorare la terra. La passione mista a tenacia di mia moglie già dal 2007, lei figlia di un coltivatore e conferitore di uve che le aveva sempre negato la possibilità di fare questo mestiere convinto che non fosse un lavoro per donne”. Dato che suo padre faceva resistenza, Laura si mette a produrre il suo primo vino nel 2005 dentro un garage che le aveva messo a disposizione il suocero a Torbe di Negrar, come a dire che c’è sempre un padre che tende una mano. “Sia io che lei venivamo da una formazione di tutt’altro genere, avevamo fatto ragioneria per cui il nostro inizio fu insieme ad un enologo storico: oggettivamente ci serviva una guida ma sempre nel rispetto della terra, poi col tempo un po’ alla volta ci siamo sempre più avvicinati al mondo dei vini naturali. Io venivo invece da un padre che aveva la vigna come hobby prestando molta attenzione a pesticidi e diserbanti. Il percorso più difficile è sempre quello a livello di cantina perché è una strada delicata ma abbiamo mosso sempre un solo passo alla volta, non volevamo strafare ma solo fare bene. Stando in Valpolicella facciamo fondamentalmente rossi ma da un paio d’anni facciamo anche un bianco a base Garganega. Il nostro parametro di riferimento sono stati i vini che ci piacevano in Valpolicella e alcune aziende non solo ci piacevano ma sono state anche un bel confronto. Il confronto è ciò che mi ha salvato. Potrei citare Ca’ La Bionda, sta a Marano di Valpolicella. Sul mondo del naturale puro, invece, dico grazie a Monte Dall’Ora, a Castelletto, sempre in provincia di Verona: hanno iniziato molto prima di noi e ne ammiro tutta l’esperienza in più. Chi ha iniziato prima non deve destare invidia ma stimolo, solo così un settore cresce sano”.

Cristiano si appassiona a raccontarmi quanto il terreno cambi i loro vini: Marcellise vuol dire calce e terra bianca, Torbe di Negrar vuol dire pietre e terra scura.

Degustato: Garganega 2016 e due Valpolicella Superiore “Vigna del Peste”: il 2015 prodotto a 200 metri slm in cui c’è anche Molinara e il 2012, con la Croatina, a 400/500 metri slm. Anche per quest’ultimo, l’etichetta è firmata dalle piccole Anna e Alice.

Etichette Terre di Pietra realizzate da Anna e Alice

Etichette Terre di Pietra realizzate da Anna e Alice

 

 

 

 

 

 

 

 

Fattoria Mani di Luna – Torgiano (PG)

Una volta Torgiano era per tutti il Banco d’Assaggio, d’ora in poi per me sarà una serie di etichette da non scordare più. Azienda biologica e biodinamica in cui la proprietà ha affittato la gestione a tre giovani ragazzi che ci lavorano dal 2010, ufficialmente dal 2012: si chiamano Alessandro De Filippis, Rocco Trauzzola e Simone Lazzarin e riconvertono tutto al biologico con metodi di coltivazione biodinamica. All’inizio la terra era della famiglia Lungarotti e poi a metà dei ’70 passò al figlio di Maria: Mario Cascianelli era un avvocato di mestiere ma con la terra nelle vene che intuì da che parte andare. Mani e cicli lunari non sono messi a caso dentro il nome di oggi.

Vini da singoli vigneti che affinano a lungo sulle fecce fini. Nessuna filtrazione né chiarifica, qui si estrae la terra e non lo standard. No, non è l’Umbria che ti macchia la lingua e i ricordi. Il loro “La Cupa” è un Sangiovese in purezza che si fa grande nelle vigne che stanno tra i 200 e i 350 metri d’altezza. Quando passo al loro tavolo il presidio lo fa Andrea Ragni che non è uno dei tre ma collabora con loro e mi sembra lo faccia alla grande. “Quando ero piccolo, i vecchi del paese mi raccontavano che a 600 metri c’era il Pinot Nero da noi a Torgiano, poi tutto cambia”. Stappa e sbicchiera con tutto il gusto che ci vuole in fiera. Molti si fermano attratti dall’etichetta del Rosé Osé col tratto da fumetto e la seduzione seminuda, geniale il disegno ma anche la struttura in bocca che da un rosato umbro non ti aspetteresti di trovare. Alla fine degusto cinque perle: tra i bianchi il Baratto (Trebbiano in purezza) e l’Ametistas (tutto Grechetto), tra i rossi La Cupa 2014 e il Checcarello 2015. Più bevo il Checcarello più capisco che non mi basta e che mi serve una risposta. “Sì, è particolare. È un 80% Sangiovese e un 20% di Barbera piantata 50 anni fa che serve ad abbassare il tannino. Vino che fa fermentazione spontanea e poi sta sulle fecce fini per 9 mesi”. Al naso è selvaggio, in bocca è un velluto. A Torgiano ci voglio proprio andare.

Rosè Osè di Fattoria Mani di Luna

Rosè Osè di Fattoria Mani di Luna

Fattoria Mani di Luna_Ametistas
Fattoria Mani di Luna_Ametistas

 

 

Degustazione Fattoria Mani di Luna_Vinnatur 2018

Degustazione Fattoria Mani di Luna_Vinnatur 2018

 

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