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Il Vino, Il Verde, il Vago

“Grenache, Italia”: la piccola Umbria non ha paura dei già grandi

“Grenache, Italia”: la piccola Umbria non ha paura dei già grandi

“Grenache, Italia” è stato un bel modo di titolare la giornata con cui a Castiglione del Lago (PG) il Consorzio Tutela Vini Trasimeno ha ospitato la tavola rotonda che non solo ha voluto raccontare le diverse declinazioni del Grenache – in particolare, ovviamente, quel Gamay del Trasimeno variante del noto vitigno di origine spagnola – ma ha fatto anche da ponte alla candidatura per ospitare nel 2021 Grenache du Monde quando sarà alla sua nona edizione. Un’impostazione coraggiosa e degna di rispetto davanti a un pubblico misto di tecnici e di stampa, il tutto moderato dal giornalista Jacopo Cossater.

Piccoli che legittimamente provano a ragionare da grandi e a guardar lontano facendosi forza tutti insieme: esporsi e andare sul mercato con appena 66 ettari di Gamay – stando all’ultimo censimento – forse è ciò di cui ha ancora bisogno il mondo del vino italiano che rischia altrimenti di perdere nei distretti minori tutti i treni legati a marketing, turismo, sistema di promozione e di vendita.

Grenache vuol dire una famiglia estesa di fratelli e cugini che in Italia conosciamo anche come Granaccia, Cannonau, Alicante, Tocai (Tai) rosso, ognuno dei quali dice la sua in regioni diverse e con espressioni indiscusse. Gamma che per errore viene spesso chiamato vitigno francese e invece nulla ha a che fare con l’omonima base del Beaujolais francese: qui la parentela è solo con la Garnacha di Spagna e la presenza in Umbria è relativamente recente. “Ad ogni modo fonti incerte”, sottolinea più volte Alberto Palliotti del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Università di Perugia, per questo vitigno descritto come estremamente eclettico ma dalla gestione difficile, con un’esuberanza produttiva e non poche difficoltà da stress idrico, anche se resta impressa la sua peculiarità nel perdere le foglie basali quando le temperature estive si fanno critiche. Lo ribadisce anche l’enologo Lorenzo Landi in apertura della masterclass pomeridiana: il Gamay appartiene ai vitigni isoidrici, quelli che bloccano la fotosintesi molto presto in presenza di elevati tassi di stress per la pianta. Il Sangiovese accelera e cresce, il Gamay frena e si protegge.

Non è terra di forti acidità il Trasimeno ma di certo fresca e fertile nella sua accezione di terroir che ospita eterogeneità estreme tra composizioni sabbiose, argillose, marine, alluvionali e clima a dir poco favorevole.

Al Palazzo ducale della Corgna, affacciato sul lago, tutte le espressioni italiane del Grenache sono venute a raccontarle di persona i rappresentanti legittimati di questi pezzi di Italia. Dopo l’apertura con i gioielli di casa (Divina Villa Etichetta Bianca 2016 e Divina Villa Etichetta Nera 2014 firmate Duca della Corgna – storica cantina sociale – e C’osa 2016 dell’azienda Madrevite), in successione Giovanni Ponchia per il Consorzio Vini Colli Berici e Vicenza (Tai rosso, in degustazione Gianni Tessari col Tai rosso Colli Berici 2015 e Dal Maso col Montemitorio 2016), l’enologo Mariano Murru delle Cantine Argiolas (suo il Cannonau Seles 2012 prima del D53 annata 2012 della Canrtina Dorgali), il sommelier Enzo Giorgi per la Granaccia ligure (Granaccia 2016 dell’azienda Durin e il Trexenda 2015 di Viarzo), infine Yves Zier a nome del Conseil Interprofessionnel des Vins du Roussillon con il Cotes du Roussillon Blanc Helios 2016 e il gran finale con bottiglia 1999 del Rivesaltes Gran Reserve di Dom Brial.

Ne sono state fatte di promesse durante la giornata, come ad ogni debutto in società che si rispetti, ma vien da crederci che ci proveranno sul serio a mantenerle perché le premesse non mancano. A patto che il disciplinare prenda una via di maggior chiarezza e consapevolezza e che non si pieghino troppo a trasformazioni di mercato per questo Gamay di terra umbra. Vero che la cucina dominante è di lago e che il turismo straniero estivo dilaga ma le troppe aspettative riversate sulla versione rosé rischiano forse di indebolire l’espressione dell’uva (stando almeno ad alcuni assaggi liberi durante il pranzo).

Curioso, ma efficace, l’appello finale lanciato da Palliotti: “Chiedete a qualche nonno o bisnonno della zona se si ricorda o ha magari anche solo mezza pianta di Montecristo. Allora sì che in Umbria faremmo il botto”.

Leggi anche l’intervista: “Gianni Tessari, il Tai rosso e i vini figli delle varietà”

(Photo credits: Studio Cru)

 

 

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