Pages Navigation Menu

Il Vino, Il Verde, il Vago

Gianni Tessari, il Tai rosso e i vini figli della varietà

Gianni Tessari, il Tai rosso e i vini figli della varietà

“Ti ha mosso la curiosità sul Tai Rosso, vero?”, mi chiede Gianni Tessari appena si siede con me al bancone del suo shop aziendale a Roncà, in provincia di Verona. Vicenza e i suoi Colli Berici fanno la guardia altrettanto da vicino. Un uomo che ha messo la firma su buona parte dei vini di questa terra veronese, prima che si mettesse al timone dell’azienda che da pochissimi anni porta il suo nome e la caratura che lo precede.

“Il modo classico di comunicare il vino si è fatto vecchio e anche per noi produttori presentarlo con argomentazioni fatte solo di numeri e lanci di nuovi prodotti è diventato noioso. Il vino è qualcosa di vivo e non lo puoi più raccontare parlando ancora soltanto di rese per ettaro o di numero di bottiglie esportate. Anche chi compra deve acquisire una nuova consapevolezza; non serve bere per forza qualcosa di blasonato per farselo imprimere nella propria memoria. C’è in giro un atteggiamento che non so se definire abitudine o noia, non solo nel consumatore finale ma anche nel ristoratore, al punto che quando arrivi in fondo alla carta dei vini la senti banale, per quanto ben fatta.

Da cliente ti chiedi: ma che impegno ci hai messo, nel riempirla? E a quel punto ti fai mille domande a catena: se mi proponi una carta come questa, allora usi anche poca ricerca negli ingredienti per il tuo ristorante? La mano del distributore di turno si vede lontano chilometri così come è indubbio che l’Italia, anche a tavola, è un Paese di campanili.

Tu che impronta hai messo nel Tai Rosso?

Te ne parlo come uno che l’ha scoperto da poco. Sono in questa azienda dal 2013 e provengo da una realtà che produceva solo vitigni tipici del veronese che vuol dire Amarone della Valpolicella e Soave. Mi sono ritrovato in una zona con sensibilità e produzioni molto diverse tra loro, varietà peculiari in ognuna delle proprie denominazioni. Nel vicentino, aldilà dei classici internazionali bianchi e rossi, questo è rimasto probabilmente l’unico pesce fuor d’acqua. È ormai noto che si chiamasse Tocai rosso prima che gli ungheresi si prendessero ciò hanno deciso andasse loro riconosciuto. E’ un vitigno abbastanza originale sul quale ci ho messo un po’ prima di prendere posizione; intendo dire che è un’uva molto versatile, un po’ come la Garganega nei nostri territori. Questo ha portato i produttori della zona a interpretarlo in mille maniere. Arrivando, mi sono prima informato e documentato moltissimo per rendermi contro che da decenni qui i produttori di Tai Rosso cercano di portare avanti una bandiera senza però riuscire ad andare da nessuna parte: ognuno prende un percorso diverso, chi con la versione rosa, chi con la versione spumante, chi ne fa l’appassimento per cercare concentrazione.

Non hai trovato, quindi, una forma di sensibilità comune che conferisse al Tai Rosso una identità.

E’ un vitigno che non è riuscito finora a trovare una sua identità ma non per colpa del vitigno, è solo responsabilità degli interpreti che purtroppo finiscono troppo spesso per cedere alle direzioni del mercato, piegando troppo il carattere del Tai.

Pensi si siano ormai bruciati i tempi per ridargli una personalità?

L’eternità è lunga per definizione quindi ho buon speranza di credere che nulla si sia ancora bruciato. E’ solo una questione culturale e di pura evoluzione del prodotto sul territorio; tutto questo per fare poi in modo che si possano prendere anche strade individuali ma di consapevolezza comune. Come dicevamo prima, siamo un Paese di campanili che poi, nel modo del vino, vuol dire anche Paese di tante contrade.

Se e quanto dialogano tra loro questi produttori.

Fortunatamente ci si confronta molto e si parla apertamente. Altra fortuna è che il Consorzio dei Colli Berici è ancora piccolo, con tutti i limiti ma soprattutto i vantaggi che una simile natura comporta. Negli ultimi due o tre anni tutti parlano del Tai come del vitigno storico e autoctono cui puntare ma la situazione è ancora abbastanza frammentaria a mio avviso.

Il Consorzio potrebbe dare linee più rigide per assicurarsi di avere nel medio lungo periodo una identità comune per questo vitigno?

Certo che potrebbe ma potrebbe non essere la strada giusta.

Tu che linea hai seguito nella tua produzione di Tai?

Faccio una piccola premessa: nel momento in cui ho dovuto e voluto dare un’indirizzo e una logica alla mia proposta aziendale mi sono mosso dando ad ogni prodotto e ad ogni area quella che è la sua reale vocazione. Come vedi le bottiglie sono tante perché questa area di produzione è davvero versatile e ricca. Ad esempio, se devo pensare ad una linea spumante, è ovvio che uso la Durella, ce l’ho in casa; certo che potrei farlo con la Garganega o con altra uva ma non sarebbe il suo percorso naturale; certo che otterrei ottimi risultati ma sarebbero sempre compromessi da mettere in campo per arrivare a quel risultato. Non è del resto ciò che succede in Franciacorta? Se vogliono ottenere un grande spumante da Chardonnay, devono raccogliere entro il 10 di agosto ma la sua morte non è essere raccolto ad agosto ma quella di andare a maturazione e fare magari affinamento. Questo solo per dire che la terra esige rispetto e anche i consumatori; poi certo che tutto è possibile e tutto è lecito, io semplicemente spiego la mia filosofia produttiva. Nessuno mette in discussione il buon risultato di chi va a forzare la mano, dico solo che il risultato migliore è quello che richiede lo sforzo minore. Se fossi un viticoltore di solo Soave sarei costretto a forzare di più, me ne rendo conto.

Torniamo al Tai Rosso e alla tua impronta.

Con la mia logica, non lo uso certo per fare spiumanti o rosati. Lo porto alla maturazione completa, quasi alla surmaturazione che è la firma del mio stile – amo arrivare al frutto maturo perché è lì che può dire davvero chi è e questo è un concetto che vale per tutti i frutti della terra. Il Tai in cantina non ha la struttura e la potenza del Merlot o del Cabernet o dello Shyraz ma so di portare in lavorazione un’uva che ha una sua aromaticità ben definita e molto particolare, diciamo anche originale; ha un colore brillante e una spezia in bocca senz’altro interessante. Conosco produttori che lo affinano il che lo rende di sicuro più strutturato, l’affinamento ingrassa sempre l’uva e la arricchisce.

Durante tutte le mie fasi di carriera professionale, ho passato anch’io quella in cui volevo fare il fenomeno, inventarmi qualcosa. Ci sta per tutti. Ora sento di vivere una fase molto matura della mia professione e non devo dimostrare più niente e nessuno.

Che mercato ci si può aspettare?

Lo inserisco sempre tra due parametri chiari che sono Pinot nero e Merlot perché ha una freschezza, una spezia e una facilità di beva simile al primo ma anche quel lato rustico e forte tipico del secondo. In più di un’occasione l’ho anche definito un rosso estivo; nei mesi caldi io lo metto in frigo e con mia moglie ce lo gustiamo al suo meglio (Annamaria è con noi durante la degustazione-intervista: attenta, presente, discreta e con un sorriso che si fa sentire, ndr). Storicamente la tradizione vicentina lo abbina da sempre al baccalà che per tradizione chiede appunto o Durello o Tai rosso.

Tutto questo rispetto per l’uva riesce a stare al passo col mercato? Una domanda provocatoria.

La logica del rispetto per me vale con ogni uva. Il Pinot nero lo conferma: un’uva che rappresenta la sfida di ogni produttore a realizzare lo stile di Borgogna. Io vedo invece nel Pinot nero ciò che effettivamente è e ciò che naturalmente potrebbe darmi, e lo produco con bottiglie di annata. Il mio vino non ha ambizioni di essere inserito in chissà quale premio o guida ma quando arriva al cliente, lì resta e lì viene ricordato: serve a poco vincere buone sfide personali sul prodotto se poi quel vino non risponde sul mercato, sia come stile che come prezzo. Anche per lo spumante uso la Durella e non scomodo come gli altri il Pinot nero e lo Chardonnay.

Sicuro per la tua strada, insomma. Ma nemmeno un’eccezione alla tua regola?

Il mio Durello passito è l’unico prodotto che porto un po’ a forzatura. Siamo in pochi a farlo ma ci crediamo con fermezza, piuttosto che cedere come tutti alla dolcezza del Recioto o degli altri vini di traino della zona. Faccio appassimento su cassettine da due o tre chili, un appassimento molto lungo fino a marzo perché la Durella di suo non ha grande concentrazione né elevata gradazione naturale. Io lavoro così e ne sono fiero. Ad ogni modo copiare non serve mai e soprattutto non racconta davvero chi sei.

 

(Photo credits: Studio Cru)

Leave a Comment

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>