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Il Vino, Il Verde, il Vago

Firenze senza traffico? Navigate come i Renaioli

Firenze senza traffico? Navigate come i Renaioli

I fiumi non li guardiamo più.

Pochi giorni fa sono stata a Firenze per la prima volta pur essendoci già stata a centinaia, e ci sono stata navigando l’Arno su un barchetto dei Renaioli.

C’è un’espressione tutta fiorentina che dà il sintomo di un’assenza: per dare indicazioni dicono “di qua d’Arno” e “di là d’Arno”. E in mezzo, nulla?

Invece in mezzo è tutto, pensando a ciò che il fiume rappresentava prima di diventare un dettaglio perfetto da foto al tramonto. I fiorentini stessi, a detta di molti con qualche anno alle spalle, hanno dimenticato la vita che c’era intorno al fiume quando ancora era navigabile, quando il commercio si faceva lì a ridosso o quando, fino alla seconda Guerra mondiale, c’era ancora il mercato del pesce tra granchi e pezzi piccoli.

 

I tipici barchetti sull’Arno con la stanga in primo piano: e non chiamatelo remo.

I Renaioli alle prese con le ultime verifiche prima dell'imbarco coi turisti

I Renaioli alle prese con le ultime verifiche prima dell’imbarco coi turisti

Dentro quel letto – o sopra o sotto – c’era un’identità nitida che si è sfocata, l’arte stratificata nei secoli, i mestieri vecchi e finiti e quelli che ancora resistono come appunto i Renaioli, l’architettura specchiata sull’acqua, abitudini da lavandaie persino morte in fiume, i grandi scrittori che ci hanno vissuto per affacciarsi su quell’acqua come Alfieri e Manzoni, le famiglie al potere e le famiglie che non hanno potuto. Così come c’è storia mista a politica in quel modo di dire: di là è la parte di Firenze che guarda a Sud, il lato da cui arrivarono gli Americani a sciogliere i lacci della guerra; di qua era blindata e occupata dai Tedeschi, e fu di qua che i Tedeschi tentarono di opporsi all’avanzata degli Alleati e che minarono tutti i ponti tranne il Ponte Vecchio, risparmiato da Hitler all’ultimo minuto: li fecero saltare in aria talmente forte che soltanto nel 1961 fu ritrovata la famosa testa mancante della Primavera, a ornamento di una delle quattro stagioni sul Ponte di Santa Trinita. Se amate Spike Lee conoscete la storia nei dettagli del suo “Miracolo a Sant’Anna”.

In breve: nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1944, quando i ponti sull’Arno vennero distrutti dai tedeschi nel tentativo di fermare l’avanzata degli Alleati, col crollo del ponte sparì la testa della statua che Pietro Francavilla aveva scolpito nel 1590. Una testa di pietra rimasta diciassette anni sott’acqua. Per il ritrovamento si era spesa persino la famosa industria americana di penne Parker che mise un annuncio a supporto della ricostruzione del ponte sostenuto dal «Committee for the reconstruction of St. Trinita bridge», con sede in Via Tornabuoni 16 e con segretario generale il partigiano Luigi Bellini. La Parker mise persino in palio tremila dollari a chi avesse ritrovato o restituito la testa della Primavera, sospettando che qualche soldato se la fosse incamerata. Fu un Renaiolo alla fine a scorgerla vicino al ponte Vespucci nel ’61, a riconsegnarla al Comune, a farsi ringraziare con un pugno miserabile di lire. La Biblioteca degli Uffizi di Firenze tiene traccia di tutta la storia dalla a alla vergogna della ricompensa.

Navigare l’Arno è un’altra temperatura rispetto all’afa che a fine agosto, di sera, sta ancora attaccata alla gola di Firenze. Navigarlo è anche un silenzio imprevisto, come se a pochi metri sotto il livello della strada ci fosse ancora la speranza delle parole messe da parte.

Massimo, all’imbarco del mio gruppo.

Marco fa parte dell’Associazione culturale I Renaioli, ci allunga la mano per salire ma a guidare il mio turno c’è Massimo, gli occhi fondi più dell’Arno e le sembianze di un gitano controcorrente che ha scelto l’acqua al posto dell’arena. “Potrei fare questo lavoro per tutta la vita, qui c’è pace e la luce ogni giorno è diversa, ogni giorno cambia il colore dell’acqua e della città”. Ha una coda di capelli lunga e nera che non fa domande. Marco ha l’età dalla sua e le risposte che grattano il passato perché l’ha vissuto tutto. “Non chiamatelo remo, questa è una stanga. Lunga circa sette metri, serve a dare la spinta dentro l’Arno che va da un metro fino a dodici, la profondità ha punti molto diversi. Ci chiamiamo Renaioli perché la parola arriva da rena, l’Arno ne era pieno e si usava per costruire le case. Però va chiarito meglio il lavoro che facevano nella notte dei tempi perché dal fiume tiravano su tutto quello che c’era. Mediamente selezionavano quattro granulometrie: la più grande era la ghiaia, poi il ghiaino, il renone che  veniva usato con la malta cementizia e la rena più fine per intonacare. Usavano proprio quella stanga lì per tirare su i materiali, che se la guardate bene in fondo ha una specie di punta chiamata polso, proprio come il nostro sta in fondo al braccio”. Nello statuto dell’Associazione è scritto chiaro che tra gli scopi principali ci sono le “Ricerche storiche sui Renaioli come antico mestiere e patrimonio di conoscenze legate all’Arno e alla città e la difesa e conservazione dell’ambiente fluviale come patrimonio storico-ambientale”. Non possiamo disperdere tanta eredità.

Marco, una delle memorie storiche dei Renaioli.

Marco, una delle memorie storiche dei Renaioli.

Sono salita sul barchetto storico perché avevo trovato online il calendario delle attività di EnjoyFirenze®, figlio di Cooperativa Archeologia che nasce nel 1981 per parlare non solo agli addetti ai lavori ma soprattutto alle persone comuni e coinvolgerle in progetti di valore intorno ai Beni culturali. Hanno scelto di stare fuori dai soliti circuiti turistici ed è il motivo per cui li frequenterò spesso. Il tratto monumentale dell’Arno, da Ponte alle Grazie a Ponte Santa Trinita, visto dal fiume e raccontato da un archeologo a bordo è un’altro modo di guardare Firenze. C’è un mondo visibile solo dall’acqua.

Durata: un’ora; memoria: eterna.

L'Arno al termine del viaggio archeologico con EnjoyFirenze a bordo del barchetto.

L’Arno al termine del viaggio archeologico con EnjoyFirenze a bordo del barchetto storico.

 

 

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