Pages Navigation Menu

Il Vino, Il Verde, il Vago

Federer a Wimbledon, candido come Voltaire

Federer a Wimbledon, candido come Voltaire

Io la finale con cui Federer è entrato ancora una volta nella storia me la sono vista vestita di bianco, ossequiosa di Wimbledon, sul divano di casa.
Dentro quella porta della storia oggi ci passano poche cose oltre a lui: una finale trattenuta e mai decollata, un Bertolucci dai commenti sotto tono, nessuno scambio da capogiro, persino i giovani Principi di Cambridge sgualciti in tribuna, il pubblico più composto e british del solito, una partita con gli effetti speciali già in saldo. Anche la rete deve essersi annoiata in questa domenica di luglio.

Ma il giornalismo sportivo ha bisogno di incollare con cura immagini e partite perché non saprebbe come contrastare l’inerzia di una memoria collettiva: finirà per titolare con le lacrime di Cilic ferito dal destino o con quelle di Federer di fronte ai suoi gemelli diversi. Troppo facile misurare gli sportivi quando i nervi non stanno più sulle gambe.
Il passaggio che commuove davvero invece si è compiuto alla fine: un Federer maturo che percorre tutto il centrale con la coppa in mano e non vorrebbe più uscirne, che ha appena pronunciato il finale di rito e dato appuntamento al prossimo anno ma sa bene che i miracoli hanno una dignità e non possono svendersi, che ogni tanto si asciuga un pensiero e guarda in alto, che a un certo punto è costretto da copione a deviare sugli spogliatoi e la telecamera gli muore dietro.
Prima che a Cilic il piede ingrato dicesse la sua o che la troppa emozione gli vuotasse il sacco, Federer aveva già iniziato a vincere il suo ottavo titolo sull’erba: è al break del quarto gioco, primo set, che gli si accende in faccia l’espressione di chi vede come andrà a finire e vede che finirà bene. Da lì in poi devi fidarti solo di ciò che hai visto se vuoi ci sia il tuo nome sull’oro reale e non puoi avere cura del dolore oltre la rete perché ognuno cresce da solo, per fortuna.
Non era il mondo fatto nel migliore modo possibile, secondo il Candido di Voltaire infastidito dagli ottimismi irrazionali.
Non è stato il tennis giocato nel migliore modo possibile ma non è dipeso da lui perché nel tennis tocca essere in due a dar spettacolo. Comunque, quando entri così tante volte nella storia, vuol dire che non ne sei mai uscito.

“Voi dite bene”, rispondeva Candido; “ma noi bisogna che lavoriamo il nostro orto”.
Non scrivete delle lacrime, sui giornali, così banale.
Scrivete della tenacia con cui si lavora l’orto, di quanto siano preziosi gli anni che passano, della tenerezza di un campione eterno che non chiede di fermare il tempo dentro quel giardino ormai suo, dentro il suo prato inglese.
Vestito di bianco, misurato e onesto, candido come Voltaire.

 

#ilVago_18

Leave a Comment

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>