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Il Vino, Il Verde, il Vago

Eravamo io, Fidel Castro e Gianni Minà

Eravamo io, Fidel Castro e Gianni Minà

Nel 2004 non ero ancora “ufficialmente” giornalista ma la spinta non la frenavo già e, appena potevo, andavo a caccia di buoni maestri. Collaboravo in quegli anni con un magazine marchigiano, di carta e patinato, perché a quel tempo sembrava non ci fosse alternativa e bisognasse rassicurare la forma per smarcarsi sul mercato. Un giorno proposi al direttore e all’editore di mandarmi a Roma per intervistare Gianni Minà, c’era in cantiere un numero sul Viaggio.
Mi mancava qualsiasi contatto con lui ma ci arrivai.
Non ero nessuno, collaboravo con una testata regionale, intorno a lui gravitavano tanti progetti eppure accettò l’intervista come se fossi l’inviata di un grande periodico.
Non dimenticherò mai la sua umiltà che ad ogni parola si faceva grandezza.
Ricordo ogni istante di quel pomeriggio caldo da estate romana, prima il treno poi la metro e infine qualche autobus per arrivare a casa sua. Suonai il citofono e mi accolse la sua assistente dicendomi che lui stava ancora terminando un lavoro e voleva essere tranquillo prima di ricevermi per l’intervista. Tornai un’ora dopo.
Io e Gianni Minà nel suo mondo di casa, che poi era il suo ufficio. Era appena uscito “I diari della motocicletta” e registrai oltre due ore di intervista. Non so cosa darei oggi per recuperare quel registratore e tutta la memoria che ci finì dentro.

Siamo un Paese di buffoni, ingrati e ignoranti, se ci permettiamo di maltrattare così una colonna come lui.
Un grazie a Giorgio Levi per aver segnalato l’articolo di Andrea Scanzi.

#ilVago25

 

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