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Il Vino, Il Verde, il Vago

Don’t write for me, Argentina

Don’t write for me, Argentina

 

La fin del mundo – Ushuaia

A Ushuaia comanda il vento.

Se fa la voce grossa è perché qualcuno ha mancato di rispetto alla natura, bisogna richiamare all’ordine.
Al vento si piegano i colori nessuno escluso, le creste d’onda, i corrimano riscaldati dall’uncinetto andino, le ali di chi vola e poco conta se aerei o uccelli, la gente che prende schiaffi lungo il porto e un po’ barcolla. Quelli del posto non lì riconosci solo dalla postura indifferente mentre li sposta il vento ma dalle maniche sempre troppo corte.
Dopotutto Ushuaia è la terra degli yámana, nomadi tribali sopravvissuti per seimila anni sani come pesci senza contatti col mondo, nudi nudi, convinti che il grasso della pelle lì proteggesse dal gelo molto meglio delle pelli bagnate d’animale.
Poi arrivò Darwin che di loro disse “la forma più bassa di umanità mai esistita sulla terra”, poi il missionario Thomas Bridge che invece ne rimase affascinato e ne studiò la lingua in tutta la sua estasiante forma, poi i coloni maledetti che sovrastano e cancellano, poi l’Europa primadonna, poi il capitano Fitz Roy che rapì quattro yámana per “rieducarli a vivere”. Li portò in Inghilterra per istruirli e mostrarli al mondo come i “civilizzati selvaggi” ma dopo poco si ammalarono e uno dei quattro morì. Allora Fitz Roy si arrese alla natura e li riportò in Tierra del Fuego.

Oggi degli yámana restano le guide a raccontarlo, le montagne di conchiglie verso il Canale di Beagle e i souvenir in giro. Però vive ancora l’ultima superstite, ha novant’anni e qualche figlio, unica al mondo a parlare nativa, incontra chiunque voglia conoscere la storia e tramandarla: me lo ha raccontato oggi la guida in barca, una ragazza di trent’anni con gli occhi carichi e un orgoglio antico.
Cristina Calderon è il nome della vecchia donna che resiste, ignoranza e presunzione quello di noi “civilizzati” quando guardiamo dall’alto in basso chi ci è così diverso.

Almeno una volta nella vita qualcuno ce l’ha detto che non era mica la fine del mondo il dolore che avevamo dentro. Non gli abbiamo creduto ma avremmo voluto. Era tutto vero.
La fin del mundo è un’altra cosa, inimmaginabile per quanto poderosa, leggera, commovente.
Da desiderare in ogni suo silenzio.

 

 

 

 

Il Perito Moreno. E l’azzurro si stacca

I colori non li sai finché non ci cammini sopra.
Davo per scontato un azzurro, un celeste e tutti i parenti stretti di quel ramo; intendo l’azzurro nei suoi stati d’animo mutevoli, nato da un padre blu che non so nemmeno se lo abbia mai riconosciuto come figlio.
Di azzurro credevo di conoscere poche cose ma certe: il cielo maestro, un tipo di mare, certi occhi cristallizzati come la tristezza quando arriva irresistibile.
Blu può esserlo anche un sentimento.
Sul Perito Moreno un passo dopo l’altro cammini l’azzurro, il colore più forte dell’arcobaleno che la luce riflette prima degli altri sei. Celeste da fuori, dentro ha un’altra pasta se gli picconi il ghiaccio – l’ho visto coi miei occhi. Più vai giù, più si fa profondo e scavato come parole non dette in tempo che covano in eterno.
Un blu per me mai visto prima e che non avrà seconde possibilità perché sai bene cosa non torna più.
Federico Ferrero è nato a Buenos Aires, vive in Patagonia da dodici anni e fa la guida sul Perito Moreno da sei. Ci parlo prima inglese e poi italiano, è lui che mi ci porta perché ha studiato scienze politiche a Bologna. Voleva fare il diplomatico e vorrebbe farlo ancora da come piega gli occhi verso il basso. Lo prendo da una parte per capire meglio la storia dell’azzurro, se i nativi lo chiamano in un modo più preciso quel punto di colore, se esiste in qualche altro posto al mondo. Solo qui, mi risponde, e in Nuova Zelanda. Dice che è un effetto ottico portato dalla luce e dall’ossigeno, dice di guardarlo più che posso.
Continuo a camminare l’azzurro un passo dopo l’altro, si sale, si scende, si puntano i ramponi piatti, il ghiaccio dell’estate non oppone resistenza e i piedi vanno a otto buchi per volta.
Ogni metro è un metro di confidenza coi colori e col ghiaccio che ognuno di noi si porta dentro anche se fa le facce allegre mentre gli scattano la foto.
Un po’ al giorno il Perito Moreno si spacca e perde pezzi, arriva prima il suo fragore e dopo poco c’è il boato di chi sta lì a guardarlo come me.
Faccio anch’io parte del boato.
Il rumore è croccante, altra parola per dirlo non c’è.
È dirompente nel vuoto totale dei rumori, è un tuono mentre splende il sole, è un genitore che sbotta di colpo anche se non hai combinato niente delle tue.
È ghiaccio che si sistema e cerca spazio, si accomoda meglio e butta in acqua tutto ciò che gli sembra inutile.
Penso a lacrime giganti per ogni blocco che si stacca di dosso con cura.
Visto di fronte – qualche ora dopo averlo camminato – la massa di ghiaccio che lo precede è inimmaginabile, le spalle giganti e il corpo largo, non gli si vede l’inizio: un fiume solido che di colpo ha frenato per farsi vedere dall’uomo. Per ogni volume che si stacca a valle, ce n’è un altro che il Moreno rigenera automaticamente alla base: non c’è un vuoto senza un pieno in questo ghiacciaio, unico al mondo e per questo detto “stabile”.
Tanto si leva di dosso e tanto ricrea, nessuna paura di restare uguale a se stesso, in equilibrio sul mondo.
“Lasciatemi solo” – sembra dire – “sto bene così. Scattate le vostre foto inutili e tornate alla mania del cambiamento a tutti i costi”.
Lo guardo per l’ultima volta.

 

 

 

 

 

 

 

Borges, proprio tu

Vent’anni di letture e quattordicimila chilometri di volo.
Per cercarti nei barrios di Buenos Aires, toccare la maniglia della tua Biblioteca Nacional, fermarmi al 524 di via Mexico in cui hai immaginato L’Aleph, perdermi nelle scale circolari dei palazzi intrecciati come labirinti, rovesciare ogni tipo di realtà come mi hai sempre insegnato, sentire ovunque il tuo sguardo d’uomo cieco, credermi vera e inventata al tempo stesso.
Sono qui per te, Borges.
Sapere di non esistere è leggerissimo.

“Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco.
Il mondo, disgraziatamente, è reale.
Io, disgraziatamente, sono Borges”.

 

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Teatro Colon – Buenos Aires

Finirono per chiamarle le “vedove sposate” quelle che si divertivano sotto il palco del Colon, il più grande teatro al mondo finché non arrivò Sidney e uno dei simboli più evidenti con cui gli argentini spaccavano i ceti e tramandavano i riti. Oggi di riti se ne vedono meno e la città ha il fiato corto mentre sconta decenni di politica ingrata.
In giro c’è aria pesante negli umori.
Una volta, al Colon, la sera dello spettacolo si aprivano tre ingressi diversi su tre strade per far entrare il pubblico a seconda del biglietto che avevano pagato, i ricchi coi poveri era meglio che non si incrociassero.

Mark parla un buon inglese sposato a una cadenza argentina dentro cui sistema con cura le frasi sdrucite da tutto quel ripetersi ogni giorno uguali a se stesse – le guide consumano parole come i ballerini le suole – ma il suo romanzare funziona e il ritmo tiene. È preso dalle storie, fischietta arie famose per farci indovinare i nomi dei musicisti. Ai numeri ci bada meno, alla fine tocca chiedergli quante persone ospiti questo gigante del Colon.
“Scusate. Più di duemilasettecento”.
Immagino un piccolo comune italiano che si riunisce di sera intorno alla musica.
Cita l’Italia almeno dieci volte per progettista e architetto del Teatro, per il marmo di Carrara a terra e intorno, per le pietre di Siena e di Verona, per lo stucco delle colonne restaurate spiegando per filo e per segno come si pronuncia stucco scandendo bene bene s-tuc-co, per l’Aida con cui immancabilmente dal 1908 aprono ogni stagione per rispettare tradizione e scaramanzia.
Con un dito indica il busto di Verdi alla parete.
Aggiunge che siamo dentro il primo teatro al mondo per acustica operistica mentre ci accomoda uno a uno sui velluti del palco centrale sempre così istituzionale, così politico come il G20 che ci si è seduto poco tempo fa, così impunemente affacciato sulla scena.
Dal palco gli attrezzisti allestiscono lo Schiaccianoci.
È in quel punto esatto che il Colon acceca e seduce e Mark lo sa mentre racconta eccitato come fosse roba sua.
Il ragazzo americano accanto a me prende di colpo il cellulare e se lo mette davanti per un selfie, tira su le mani e fa le corna belle tese mentre scatta: lo vediamo tutti mentre profana la bellezza più di un vandalo sui muri.
“Vedete quel palchetto là sulla destra, seconda fila dal centrale? Era il posto della autorità locali e stavano lì perché è l’unica posizione visibile da ogni punto del teatro: i politici vanno a teatro solo per mettersi in mostra, quasi mai per altro. Più sotto, dalla parte opposta, c’erano i posti per le vedove che non potevano farsi vedere in pubblico almeno per due anni: era la posizione invisibile a tutti e lì sotto il divertimento coi maschi argentini non mancava mai. Siamo soliti dire che entravano vedove e uscivano sposate”.
“Ma almeno il biglietto lo pagavano?”, gli chiedo.
“Claro que sì”, sogghigna.

 

 

 

 

 

El viejo Almacen – Buenos Aires

Un violino, due bandoneon, un contrabbasso, un pianoforte, un Natale.

 

San Telmo, Plaza Dorrego – Buenos Aires

Un vecchio argentino mi ha spiegato che il tango è matematica pura e che i tempi non perdonano.
L’unica cosa che puoi improvvisare è uno sguardo o una mano sulla pelle di chi avvinghi ma non il ritmo, non il passo, non l’irruenza della musica sui corpi.
Il gioco di potere più sottile e le scarpe tirate a lucido.

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La Boca – Buenos Aires

In Argentina gli italiani si annusano da lontano come i cani, a La Boca si riconoscono da uno sguardo.

Mentre entro al bar La Perla, che taglia uno degli angoli de Il Caminito, incrocio rapidissimi gli occhi del vecchio signore dietro il bancone.
Deve essere italiano, non può che esserlo.
Gli giro intorno ma non vorrei invaderlo, parla argentino stretto e non gli scappa niente da tradirlo.
Ha uno staff di una decina di ragazzi, ridono tutti mentre lavorano, il locale si riempie a vista d’occhio, fuori i colori sgargianti delle case e delle strade se la battono solo col clamore di un caldo da equatore.
“Ma lei è italiano?”
“Anche lei, vero, signorina? Certo. Mi chiamo Antonio, sono milanese e a cinque anni sono arrivato qui con la famiglia ma non sono più tornato. Sono incazzato coi parenti e ormai, a 75 anni, non ci torno più”.
Non ha un’inflessione sbagliata, non pecca un verbo né una parola, coniuga tutto come se non avesse lasciato mai l’Italia. Invece l’amaro è tanto, e pure un filo di rabbia.
Mi conferma la tesi che mi hanno spiegato: i figli dei primi immigrati sono anche i figli della tristezza con cui i genitori hanno strappato le radici e provato a tagliare la miseria, figli di un’Italia malmessa e piena di ferite. A far rivivere i ricordi oggi sono solo le terze o quarte generazioni ma non sanno a chi attaccarsi coi ricordi. Qui, quei genitori, hanno dipinto la Boca con i colori delle vernici avanzate dal ridipingere le chiatte.
Col loro lavoro di fatica e coi colori che sputavano allegria in faccia alla tristezza hanno reso famoso in tutto il mondo un quartiere spigoloso, ostico, da percorrere solo nel recinto del Caminito. Provo a uscire di un metro dal quadrato pieno zeppo di polizia e una coppia indigena incita subito a rientrare nei ranghi.
La Boca è la bocca del fiume oggi grigio e inquinato all’inverosimile. La Boca è l’Italia che abbiamo scordato e che la politica ha lasciato a se stessa, mi dicono tutti. La Boca è la faccia truccata a festa della nostra immigrazione di dolore.
Per le strade e nei negozi è pieno di Antonio a cui non abbiamo saputo tendere una mano e mi pare che dall’Italia non abbiamo ancora imparato la lezione.

 

 

 

 

 

 

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Buenos Aires, Cementerio de la Recoleta

I cimiteri delle grandi capitali sono quartieri.
Hanno le logiche ortogonali di certe aree urbane, le stesse manie secondo cui più ostenti la tomba o la casa più vali, la segnaletica carente come in strada, i turisti avidi e pronti anche qui a spuntare dalla lista un’altra meta.
Soprattutto è il vociare fitto delle donne che rende uguali i quartieri ai cimiteri, con le buste della spesa poggiate a terra e le mani sui fianchi mentre si parla di cucina e di ferie ormai iniziate.
È estate piena a Buenos Aires.
La Recoleta, per tutti, è “el barrio del Cementerio Monumental donde està Evita”.
Evita è Evita e basta, col tempo non le è servito più nemmeno il cognome del marito. La sua tomba è un microbo rispetto a quanto pesa lei per gli argentini, di marmo nero pece è la facciata. Che questa donna abbia marcato la storia non riesce a negarlo nemmeno chi peronista non lo è oggi o non lo è mai stato.
In Sudamerica la morte fa meno paura che da noi eppure qui fa lo stesso mestiere che da noi.
All’ingresso del cimitero nessuna freccia o cartello che porti direttamente da Evita, democrazia dei defunti; basta mettersi all’ingresso e aspettare il primo fiume di croceristi col capogregge poliglotta che ce li porta. Mi accodo, funziona.
Nel giro di quindici minuti fanno tutto, compresa la coda sul vicolo cieco della piccola tomba che la ospita, la foto di rito e i gesti scaramantici consigliati davanti a qualche lapide lungo il percorso.
La Recoleta è il quartiere verde e composto di Buenos Aires, mai sgarbato, i sogni residenziali come le case.
A poche centinaia di metri dal Cimitero, su Via delle Nazioni Unite sboccia Floralis Generica, immensa con tutto quel suo acciaio: è una scultura firmata dall’architetto argentino Eduardo Catalano che ha ben spiegato come il “generica” significhi nessuna distinzione tra i fiori, nessuna specie migliore dell’altra.
Di giorno si apre e di notte si chiude, diciotto tonnellate di peso e ventitre metri d’altezza che ne fanno un record mondiale per un fiore in scultura, sedici metri di diametro a petali chiusi e ben trentadue quando li spalanca. Oltre che di notte, Floralis chiude i battenti anche col vento forte, proteggersi è tutto.
Guardarla rimette al posto giusto i pesi tra uomo e natura, piccoli noi e immensa lei.
La prima volta davanti a un fiore in cui non si è tentati dalla voglia di rubarlo al mondo.

 

 

 

 

 

 

Cordoba – Iglesia de los Capuchinos

Spero che certi colori vadano a riposare di notte e a prendersi cura di sé.

 

 

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Mendoza è più verde della speranza

Mi avevano parlato del deserto e dei cinquanta gradi estivi, dell’acqua come oro e dell’irrigazione come gesto ma nessuno mi aveva spiegato quanti alberi ci fossero, quali ombrelli giganti e naturali si appoggiassero sui viali e sulle strade a proteggerla più di una madre. Ombra quasi ovunque, sotto la città.

La storica Route 40 che porta a sud verso le vigne di Malbec non è più quella sterrata della mitologia da viaggio; l’asfalto è ovunque anche se imperfetto e goffo sotto le ruote della Volkswagen presa a noleggio, lo vedo fumare da lontano e appannarsi come certi sogni d’ovatta mentre il cruscotto segna i quarantuno gradi. La luce acceca e il panorama è dilatato che due occhi non bastano.
La Cordigliera andina è di lato, di fronte, ancora di lato.
A bordo strada grigliate offerte dappertutto, il sole continua a spingere incurante della neve che resiste sulle Ande. La natura se la batte in Argentina, non è mai detta l’ultima parola in Argentina.

 

 

 

 

 

 

Malbec, dal “mala bocca” dei francesi alla modernità più spinta

Veni, vidi, vino.

Sempre più spesso, in giro per il mondo Italia compresa, il vino viene camuffato in religione e rito.
Gli costruiscono intorno cattedrali apparentemente senza peccato ma nessuno è vergine, lo sanno tutti.
Salentein è un tempio che non fa una piega, è il Dio in terra di Mendoza, migliaia e migliaia di pellegrini che ogni anno vengono a rifarsi occhi e bocca; per me più occhi che bocca, più arte e luci che contatto con l’uva.
Beto ci porta a spasso dentro i volumi immensi di questa Bodega che non riesci a chiamare azienda o cantina: è un minotauro, mezzo vino e mezzo palcoscenico. Il palco, però, ruba la scena.
“Facciamo anche espumantes che però non possiamo chiamare champagne perché solo i francesi, in quella zona, sono autorizzati a farlo. Ogni Paese ha il suo, gli spagnoli lo chiamano Cava e gli italiani Prosecco”, snocciola nel suo racconto per il gruppo in visita.
Siamo brasiliani, argentini, francesi, peruviani, americani che ascoltano. Ogni giorno a centinaia.
“No, l’equivalente italiano è il Franciacorta, non è il Prosecco”, mi scappa di botto.
“Vero, mi scuso. Lei è italiana?”.
“Sì”.
Pieno zeppo di insidie, il vino, dentro le cattedrali che offrono ai fedeli lo stupore degli occhi un tanto al chilo. Quanta disinformazione ingrassata dal marketing e da chi spinge meglio l’export: anche noi, a quanto pare, abbiamo il Dio Prosecco che spopola, mistifica e mortifica le verità del vino.
Solo alla fine, tra quattro degustazioni di tutt’altro, arriva il re Malbec.
E pensare che ero venuta qui solo per lui.

 

 

 

 

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El Ateneo Gran Splendid

Nel 2019 sono cento anni dall’apertura e forse non è un caso che il National Geographic l’abbia premiata oggi come la più bella libreria del mondo.
Bella, però, puoi dirlo a una donna, all’estate mentre la vivi nel suo pieno, alla figura che ti è venuta bene davanti agli altri. A una libreria fuori dal comune come questa devi concedere di più.

Io dentro El Ateneo Gran Splendid di Buenos Aires ci ho messo i piedi poche ore dopo essere atterrata, tanta era la curiosità di entrare in questo teatro storico di oltre duemila metri convertito in libreria su cui il proprietario ha investito una fortuna pur di non buttare al vento tutta la tradizione letteraria e culturale di una città intera, anzi di un popolo.
Il palco è un bar con pianoforte, la gente si concede viaggi che solo i libri ti sanno organizzare anche se lo stipendio è ben più stretto della taglia che porti e da casa la famiglia urla alla vita. Nell’aria, lì dentro, tutto questo si sente.
Tre piani in altezza tra palchi e loggioni, in quelli al piano terra i cittadini entrano e leggono libri portati da casa o anche solo in consultazione. Sono uomini e donne che si fanno leggeri in quel momento.
All’Ateneo, tra turisti e residenti entrano circa duemila persone al giorno.
Buenos Aires è tra le città con il più alto numero di librerie pro capite al mondo, superano le settecento. 
Un popolo che legge lo riconosci dalla dignità con cui non rinuncia alla cultura e con cui va incontro ai disastri e in Argentina la politica ne ha smontate anche troppe di vite e di risorse.
Un popolo che non legge lo riconosci dalle pieghe che prendono le città, da come si uniformano nel vendere patate e mutande, da come perdono pezzi di sé chiudendo una libreria al giorno, da come nessuno dice no.
Neanche a dirlo che noi italiani siamo di secondo tipo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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