Pages Navigation Menu

Il Vino, Il Verde, il Vago

Cos’è la fede ce lo spiega Wimbledon

Cos’è la fede ce lo spiega Wimbledon
Cos’è la fede.
Me lo sono chiesta tante volte, stamattina un’intuizione.
Chi ama il tennis sa tutto di cos’è successo ieri a Wimbledon: io ho passato il pomeriggio in viaggio con gli amici, ore di macchina e gallerie, televisione zero, solo il cellulare che avevo ricaricato al massimo prima di partire. Non mi era capitato mai di seguire una partita intera aspettando di vedere l’aggiornamento del punteggio su un display. Quattro ore e cinquantasette minuti.
Oggi, al risveglio, il primo pensiero è stato scaricarmi in rete i passaggi chiave della finale perché Federer, ancora una volta, avevo bisogno di vederlo su quell’erba. Sapevo già tutto della partita: la coppa ritirata e alzata da Djokovic, le foto di rito, l’amarezza a bordo campo per ciò che era sfumato, lo spettacolo che era andato in scena.
Razionalmente sapevo il risultato.
Solo che a un certo punto, mentre guardavo gli highlists da almeno mezz’ora, davanti ai loro scambi mi sono ritrovata a mani unite. Le mani unite che ci insegnano da bambini, quelle delle preghiere e della speranza cieca. Tanto era presa dal suo gioco che mi aveva sfiorato l’illusione che il punto appena piazzato in lungolinea o il passaggio sotto rete messo a segno come un mago potessero ancora ribaltare il risultato.
La fede, e me ne frego di chi pensa che sia solo religione.
Li chiamiamo campioni ma la parola in sé non sempre rende. Campione è chi vince e vince tutto, vince a mani basse, vince e batte record. Djokovic è un campione: impeccabile vince, impeccabile ritira le coppe, impeccabilmente è un numero uno. Di lui adoro i momenti di rabbia incontenibile di quando sbaglia, le racchette fatte a pezzi, gli occhi a fuoco davanti al giudice di sedia, la voce bassa che di colpo sbotta e viene fuori dal corpo misurato al millimetro che è cresciuto in trincea di emozioni.
Bravo, Nole. Sputati fuori più spesso. Facci vedere che non sei solo ciò che sembri. Cresciuto tra Federer e Nadal, del suo gioco mi ha sempre respinto l’umano che non esce e il corpo come un sistema progettato in vitro. Presto batterà tutti i loro record ma temo che di lui resteranno incisi più numeri che colpe. Il suo tennis è lama da chirurgo che netta incide e al ricucire ci pensi qualcun altro.
Djokovic l’impeccabile: e torna la religione e torna il voler giocare senza macchia e la fatica del gestire le suture.
Lo sport però è carne in campo tanto quanto potenza e strategia.
A Federer hanno dato per una vita del campione finché ci siamo accorti che in otto lettere non ci stava. Dopo che aveva vinto tutto gli abbiamo messo accanto ogni sorta di aggettivi sperando che le otto lettere riprendessero a brillare ma le parole non sono legno che rinasce succhiando olio e cera.
Federer è un movimento, è un moto a luogo, Federer rigenera gli errori di cui non si vergogna.
È l’ultimo di una generazione che si è già estinta.
Continuano a dargli del Dio, che errore. È il vero umano in campo dentro un tennis votato come il calcio a prestanza fisica e potenza.
Federer è una forma di perdono quando sbaglia e di miracolo quando piazza la pallina dove altri non oserebbero portarci nemmeno il pensiero: lui ci riesce  perché si concede la possibilità di sbagliare.
Federer incanta perché non ha sensi di colpa.
Guardo il saluto sotto rete tra i due a fine partita. Cerco la stessa foto in fronte e retro, la trovo.
Da dietro: la mano di Federer sotto la spalla di Nole, un appoggio.
Davanti: la mano di Djokovic sul cuore di Federer, netta e a palmo pieno, quasi a sentirne i battiti per imparare.
Sono questi i fotografi che fanno bene il mestiere e non chi aspetta si mettano in posa per i riti.
I riti non servono a nessuno se non alle religioni; qui, invece, è solo tutta fede.

 

Leave a Comment

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>