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Il Vino, Il Verde, il Vago

Coronavinus. Sì, con la enne

Coronavinus. Sì, con la enne

Non ci si può fermare davanti al panico che è stato scatenato. Tre storie sul vino, in giro per l’Italia, che ci restituiscono la dignità che meritiamo: Prato, il Veneto dei Colli Euganei, le Marche.

 

CORONAVIRUS/1 – Il vino, da Prato a Nanchino

Fino a un mese fa tutti la volevano per sé, la Cina. La guardavano da lontano, i produttori e i direttori commerciali. Talmente grande da pensare che ci fosse spazio per tutti, buona per piazzarci tutti un po’ del proprio vino.

Giancarlo Maffei è di Prato e lo raggiungo telefonicamente, è rientrato da poco da Nanchino dove ha sede la sua MG International. È a capo di una delle 1700 imprese cinesi con titolare italiano, si occupa di import-export di vino ma cura anche la consulenza di aziende interessate al mercato cinese. Ha alle spalle una solidità professionale con loro e una lunga conoscenza di quella storia e cultura, del resto vive la Cina dal 2000: venti anni di relazioni commerciali di cui cinque come Assessore alle Relazioni internazionali della Provincia di Prato.

L’allerta del coronavirus gli è caduta addosso proprio mentre si trovava là. 

“Sono stato in Cina 20 giorni a dicembre e 20 a gennaio, quindi nel periodo in cui il virus era già in circolazione ma di cui non si sapeva ancora niente in Italia. Appena mi sono accorto che cominciava a saltare tutto, mi sono fatto anticipare il volo in programma per il 2 febbraio e sono rientrato per paura di restare bloccato. Le persone iniziavano a sparire, le strade a svuotarsi, gli appuntamenti a saltare, i negozi e i ristoranti a chiudere. Le direttive precisissime del governo cinese stavano già isolando tutta la grandissima provincia dell’Hubei di cui Wuhan è il capoluogo, gli ordini erano inappellabili: tutte le persone che erano entrate in contatto con quella zona dovevano mettersi assolutamente in quarantena, chiudersi in casa e comunicare alle autorità le proprie generalità e dove si trovavano. Dico tutto in una frase: in quei giorni a Shangai si attraversava la strada senza guardare. Di colpo è dilagata la paura perché i dati parlavano di centinaia di morti al giorno ma bisogna anche dire che in quella provincia c’è stata l’impossibilità degli ospedali di gestire tutte le persone malate e quelle rimaste in casa non hanno che contagiato velocemente tutti gli altri. Intere famiglie sterminate, famiglie in cui non c’era nemmeno un bicchiere d’acqua per curarsi.

La forza della Cina è questa: tutti i centri fieristici di Hubei sono diventati ospedali in una notte. Oltre a quelli costruiti ex novo in pochissimi giorni”.

Maffei vive 4 mesi a Nanchino e il resto a Prato. La Cina di oggi è uno scenario completamente diverso da quando l’ha incontrata le prime volte, più maturo nelle aperture e negli scambi ma soprattutto una Cina che dimostra la sua forza nelle grandi opere: collegamenti e infrastrutture che agevolano il lavoro e il mercato.

“Una rete ferroviaria di 30mila chilometri. Lo scorso giugno, ho fatto 6mila chilometri senza usare mai l’aereo.  O il roadshow di Vinitaly fatto da nord a sud della Cina, per 1600 chilometri, in appena 6 ore. In Italia sarebbe impensabile: i 1200 chilometri di treno da Firenze a Parigi sappiamo tutti quante ore e quanti possibili disagi causerebbe; gli stessi 1200 chilometri che separano Shangai e Pechino ma che si fanno con 4 ore di altissima velocità. Per scelta strategica vivo a Shangai – lì ho il Consolato e l’ICE – e ogni giorno vado tranquillamente in ufficio a Nanchino che raggiungo in 4 ore durante le quali lavoro comodamente. Costo del biglietto, in prima classe, 100 euro. In Europa tutto questo è impossibile, oltre al vantaggio in termini di sostenibilità”.

Mi racconta dell’origine della migrazione cinese verso Prato e gli piace trovarci un filo rosso.

“Sono davvero molti anni che ho rapporti con la città di Wenzhou, che è la matrice dell’80% di tutti i cinesi europea, da Prato a Milano, da Parigi a Roma. Durante la mia carica di Assessore, scrissi materialmente il Patto di Gemellaggio tra le due città. Da Wenzhou partì la più grande migrazione nel mondo, una città chiusa e da sempre isolata dal resto della Cina. Davanti c’è il mare con Taiwan, dietro le montagne; per noi italiani potrebbe quasi far pensare a Genova. Per raggiungerla dal resto della Cina ci volevano giorni e giorni. Tutta quella provincia era completamente isolata, una provincia fortemente ispirata al lavoro, del resto come i pratesi chissà che la storia non li abbia avvicinati per questo.

Oramai possiamo spaccare il tempo tra un prima e un dopo Coronavirus. Cosa registra, lei, in queste settimane?

Con questa allerta, la situazione a Prato desta preoccupazione se osservo e parlo con gli imprenditori italiani locali. Chi lavora con la Cina e vende, è fermo; chi produce in Cina, comincia a chiedere merce ma gli viene risposto che non c’è possibilità. Non stanno arrivando i tessuti dalla Cina e il 5 febbraio non sono partiti come previsto. Tutto sta ritardando e rallentando, nella moda sappiamo bene che perdere un mese vuol dire perdere una stagione e qui stavano già producendo l’invernale. Teniamo anche conto che i trasporti sono lunghi e in media impiegano sempre intorno ai 35 giorni. I porti più importanti sono bloccati oltre al fatto che non hanno fatto partire le merci ma le hanno fatte scaricare: sono saturi. Ci aspettano mesi di forte difficoltà nell’approvvigionamento e, nella moda, sta tornando alla ribalta tutto l’est europeo dalla Romania alla Moldova per quanto riguarda la lavorazione dell’abbigliamento e la Turchia per quanto riguarda i tessuti. Non è il mio settore specifico ma si sta registrando  un grande movimento internazionale tra i mercati.

 

Chi riesce già a misurare il danno economico di questo scenario?

Per quanto tutto sia ancora complesso da valutare, in Italia chi riesce già ad avere il polso sono le agenzie di viaggio. Io sono riuscito la settimana scorsa ad ottenere l’autorizzazione per riaprire il mio ufficio a Nanchino anche se la mia collaboratrice mi conferma che in Cina il consumo è completamente fermo. Diciamo però che stanno cominciando a riaprire le grandi industrie della componentistica, informatica, tessile e abbigliamento.

Il mercato del vino sta già incassando il colpo.

Nessuno sta vendendo una bottiglia di vino in Cina. I cinesi non bevono vino in casa, la loro abitudine è di portarselo alle cene al ristorante dove l’offerta è mediamente scarsa. Ora che i ristoranti sono ancora a rilento e i consumi in stallo se non per comprare presidi medici e sanitari – saponi particolari che in media costano pochissimo vengono venduti fino a 200 euro, persino il Governo è dovuto intervenire – vuol dire che i 5 mesi di fermo corrisponderanno a un blocco fino all’estate. Dal mio ufficio ho fatto contattare i creditori per il vino venduto a dicembre per il Capodanno cinese ma nessuno ha detto che lo pagherà per ora.

I cinesi con che tempi pagano la merce, in media?

Sono precisissimi. Stavolta tutti ci hanno risposto al telefono, nei giorni scorsi, ma per chiederci almeno un mese di deroga, vista l’emergenza.

La gestione dei suoi costi fissi, in questo periodo.

Io intanto ho pagato già affitto e stipendi anche se i miei, di fatto, non lavorano da 35 giorni. Sono rientrati in ufficio perché hanno bisogno di portare a casa il loro mese.

Essendo così a contatto coi collaboratori, sa già pianificare un suo ritorno a Nanchino?

Ora la Cina è una finestra buia. Le notizie che ho sono di attesa, ci si muove di settimana in settimana. Anche la più grande fiera internazionale del vino, quella di Chengdu, è stata rinviata a data da destinarsi e lascio immaginare cosa voglia dire. Di certo non mi muovo finché avrò l’obbligo di quarantena partendo dall’Italia.

 

CORONAVIRUS/2. Il Sud che abbraccia il Veneto

Sui social network, affinando l’occhio, è pieno di notizie non gridate.

Qualche giorno fa mi è passato davanti, su Instagram, un post del Consorzio Vini Colli Euganei: una foto con mazzi di mimose, i sorrisi di due donne, un testo semplice e spontaneo.

Il Consorzio è aperto! A #vo nella zona rossa. Dove batte il cuore!

Proprio a Vò c’è stato il primo decesso italiano per coronavirus, lui era Adriano Trevisan.

Lei invece è Lisa Chilese. Si occupa della promozione, di fiere e degustazioni. Si capisce che ha un ruolo di cerniera, simpaticamente me lo conferma: “Nei piccoli consorzi è un po’ come il circo, il domatore a volte fa anche il bigliettaio”.

Il Consorzio Vini Euganei ha compiuto 50 anni di DOCG nel 2019 e nel 2021 saranno 50 anni del Consorzio stesso: 400 soci produttori di uve, di cui circa 100 anche imbottigliatori. All’estero ci va circa un 30% della produzione.

“La situazione per ora è ancora al limite di una normalità, la stiamo gestendo con cura cercando di non farci troppo condizionare dall’allarmismo dilagante. Il paese di Vò è ancora chiuso con le transenne, la nostra sede del Consorzio è proprio lì. Abbiamo chiesto la settimana scorsa l’autorizzazione per riaprire, qui abbiamo il laboratorio per le analisi dei nostri produttori e il fatto di tenere tutto chiuso non ci sembrava un buon segnale. Il Prefetto di Padova sta cercando in ogni modo di comprendere anche la situazione dei produttori, fa rispettare le regole ma sta dimostrando a tutti noi un forte senso di vicinanza operativa”.

Anche la Cina?

Il nostro concetto di estero è davvero difficile da contestualizzare, è un mercato molto parcellizzato e frammentato. Una volta il riferimento era solo il mercato di prossimità, quindi Austria e Germania; ormai invece vedo che sempre più produttori

Spero che non sia come si dice: il Veneto isolato, emarginato.

Per quello che sta accadendo a noi, posso confermare l’esatto contrario. Stanno arrivando qui molti messaggi dalle regioni che sono lontane da noi e con cui siamo entrati in contatto lo scoro anno tramite il circuito Vinarius. Soprattutto dalla Puglia e dal Sud ci stanno mandando segnali di affetto profondo o foto di chi dice che ci salutano mentre bevono le nostre bottiglie. Poi ci sta che l’ignoranza faccia il suo corso e che qualcuno veda un problema e un rischio persino nel prodotto.

Progetti?

Intanto lasciamo decantare l’allerta ma siamo già pronti per lanciare una campagna forte per andare oltre questa crisi che ci ha coinvolti tutti nel mondo del vino. Ci hanno già confermato di aver annullato alcune piccole fiere ma l’unica speranza, ad oggi, è che non facciano slittare anche il Vinitaly. Il Vinitaly a giugno sarebbe una follia.

Da Verona Fiere, intanto, la notizia è proprio quella che nessuno si sarebbe augurato, come Lisa: 14-17 giugno 2020.

 

CORONAVIRUS/3. Lo scatto d’orgoglio delle Marche: ripartire uniti, come dopo i terremoti 

Conosco Alberto Mazzoni da quando non sapevo nemmeno chi fosse.

Avrò avuto sì e no dieci anni quando mio padre andava a comprare il Rosso Conero nella Cantina sociale dove lui a quel tempo lavorava. Me lo ricordo come fosse ora con lo stesso sorriso che si porta addosso da sempre. In comune avevamo Porto San Giorgio, città sua e di mia madre. Col tempo sarebbe stato sempre il vino a farci ritrovare per lavoro. In mezzo al caos generale del coronavirus, ho pensato ad Alberto per intercettare un pensiero fuori dal comune e infatti non mi ha delusa. Lui è il Direttore dell’IMT, Istituto Marchigiano di Tutela Vini e suo è il merito di aver messo tanto colore su una regione del vino come quella. Il merito di aver fatto conoscere l’orgoglio e il senso di appartenenza ai marchigiani – lo dico da marchigiana – sempre troppo titubanti su se stessi rispetto alle “sorelle maggiori” e sempre troppi passi indietro nonostante le potenzialità infinite.

472 aziende associate, 15 denominazioni di origine con 4 DOCG, più di 20 milioni di euro di investimenti in promozione negli ultimi dieci anni e un valore delle vendite all’estero che sfiora  l’85% di tutto l’export marchigiano.

Solo chi ha saputo tenere alta la testa davanti a grandi crisi dei mercati e, soprattutto, davanti all’irruenza dei terremoti, può farsi carico di offrire un pensiero così maturo sul coronavirus.

“Quello che sta accadendo è qualcosa di totalmente irrazionale non solo per l’Italia e non solo per il vino. In casi come questi occorre prendere decisioni forti che certamente non sono quelle a cui stiamo assistendo. Certamente il mercato del vino ne risentirà moltissimo perché è legato a un mondo che si muove. Il vino è un prodotto orizzontale, tocca fasce di consumo molto vaste, chiede che l’economia giri. Questa paura italiana innescata in modo sconsiderato ha fatto sì che la gente si stia chiudendo dentro casa: zero acquisti, zero consumi, città vuote.

Voglio però vedere la circostanza in modo completamente opposto: non è un problema della Cina ma è un problema internazionale, esattamente come accadde con il metanolo. Serve uno scatto di tutto il sistema Italia come fummo capaci in quegli anni. Tra i nostri prodotti agroalimentari, del resto, il vino ha un ruolo primario per chi ci vive da fuori e la promozione che dovremmo fare, ora più che mai, è una promozione forte, decisa, unita verso tutti quegli Stati che ora ci considerano quasi come fossimo appestati. Il mondo agricolo deve ancora una volta ricominciare da capo ma ce la farà, ancora una volta ripartiremo dal basso. Davanti ad una disgrazia inaspettata come questa, non possiamo non pensare a quanti terremoti abbiamo imparato a gestire nelle Marche. Chi ha a che fare col vino sa di essere custode di un patrimonio comune. Ora tocca all’Italia rimboccarsi le maniche, ma occorre farlo insieme.

 

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