Pages Navigation Menu

Il Vino, Il Verde, il Vago

Champagne: al nero non ci avevo pensato

Champagne: al nero non ci avevo pensato

Al nero non ci pensi proprio quando bevi vino, tanto meno se è Champagne. Il fraintendimento però sta tutto nella percezione dei colori, tanto collettiva quanto personale. Io il nero l’ho sempre visto chiaro quindi il nome non disturba; lì dentro c’è più luce che in tutti gli altri colori, il nero semplicemente te li mette insieme per farteli vedere dalla cabina di regia. Chiamarlo bianco sarebbe stato inconsistente, tanto più per una filosofia che mira chiaramente al lusso dove tutto pesa e niente si fa a caso, figuriamoci il colore, il packaging o il materiale sulle capsule delle bottiglie.

Si può dire: qui il vino è solo una fetta della torta firmata Nero che si genera nel 2012 intorno al marchio originario Nero Hotels, circuito di strutture e dimore dall’impronta esclusiva promossi da un marketing gestito a tutto campo intorno a Nero Lifestyle, altro tassello.

Lo so, c’è da perdersi, ma il contesto andava dato per capire chi alza i calici.

Nero Champagne è una collezione di cuvèe realizzate su vigne di proprietà nei territori più vocati della Champagne, cuore di Francia. Tredici bottiglie è il numero totale di quella che chiamano “enciclopedia” – romani i numeri in etichetta, austero il peso, imponente il messaggio – ma io coi numeri ho sempre fatto smorfie, non lo nego. Di quelle tredici, durante la serata di anteprima ne abbiamo degustate otto: tante o poche è relativo, conta il segno che ti imprimono.

Ogni volta che incrocio aziende così prolisse in produzione, mi scappa la stessa domanda: “Ma perché?”. E tuttora, dopo tanti anni, mi continua a scappare.

“Per accontentare più gusti possibili da parte dei consumatori, per offrire più espressioni possibili”, mi risponde Alessandro Natali, finanziatore del progetto e uno dei tre soci attivi. Gli altri due sono Andrea Delfini (l’uomo del marketing) ed Enrico Mazza (l’uomo delle vigne). La risposta di Alessandro è corretta, ci mancherebbe, e me l’aspetto ogni volta che non mi trattengo ma come sempre non soddisfa l’intento. Le potenzialità del mercato sono per natura  infinite e nella vita non puoi piacere a tutti, figuriamoci se vendi vino. Fare vino è come scrivere un romanzo autobiografico, farsi un autoritratto senza paura di uscirne imperfetto, allungare una mano per far sentire chi sei anche a pelle. Il peccato di Nero Champagne – almeno ad oggi, almeno per me – è che gioca troppe carte in contemporanea pur avendo almeno due assi vincenti nel mazzo. Gioca senza puntare sui cavalli vincenti, gioca democratico per piacere ai più quando potrebbe giocare spinto per piacere a quelli giusti.

Degli otto Champagne, due in effetti si imprimono saldi. Parto però da una terza bottiglia, delineata perfettamente per i palati più comodi, e mi sento di segnalarla perché ha le idee chiare su dove andare a cadere. Numero IV, Folie Royale: 80% Pinot Menieur, 20% Chardonnay: un vino che nasce e cresce in acciaio ma poi arrotonda nel legno e arrotonda bene per chi ha voglia di godersela senza farsi troppe domande di saggezza o identità. Chi la snobba è scorretto.

Il carattere vero arriva con la Numero I, la Jeux de froid, dal metodo antico. Il futuro champagne riposa dentro barrique messe in cantine volutamente lasciate aperte in pieno inverno: scende la temperatura, scendono i gradi, il freddo va a riscaldarsi in quel liquido e, alla fine, parti solide e parti liquide prendono strade diverse senza che nessuno si offenda. Zero filtrazioni e tutto decanta a freddo per un vino che fa 70% Chardonnay, 25% Pinot Noir e 5% Pinot Menieur per poi concedersi 48 larghi mesi in bottiglia.

Il 100% Pinot Noir si chiama invece Clé d’Hiram – Blanc de Noir Millesimè, fermentazione alcolica interamente svolta in botti di legno e affinamento di 60 mesi sui lieviti. Quando il Pinot Noir riesce a reggere da solo tutto questo, allora è un superbo Pinot Noir a cui perdoni persino l’arroganza di strafare in solitaria e a cui non puoi che dire grazie.

Degli altri cinque vini non ho sentito il bisogno di annotare nulla né al taccuino, né al palato. Capita quando ti presentano troppi parenti tutti insieme e nessuno di loro ti strappa un ricordo, nessuno che brilli più degli altri da meritarsi una memoria. Del resto, da che mondo è mondo, sono rari i parenti da tenersi stretti.

Sai bene cosa ti aspetta quando ti invitano all’anteprima di un prodotto che non ha ancora annusato il mercato: sai che da una parte c’è il produttore pronto a presentarti il mondo suo, quello a cui mediamente ha dedicato gli ultimi cinque-dieci anni di vita e di pensieri (per Nero Champagne gli anni stanno a venti); dall’altra, chi di quel progetto non sa nulla e la cui verginità vale un cinquanta e cinquanta. Un’anteprima è una moneta a due facce che, ad essere onesti, andrebbe tirata e ritirata più volte per dire il vero ma ogni nuovo incontro è un’anteprima e ci si gioca tutto lì.

È chiaro, chiarissimo, quale sia il target dei marchi Nero e proprio per questo tredici vini sono tanti. Verrebbe da consigliare meno bottiglie sulla gamma e più marcate le fattezze. Con tredici facce i lineamenti di un’azienda si confondono, rischiando qua e là di somigliare a qualcun altro. Se i tratti del viso ti arrivano sfumati, allora hai bisogno di una voce ferma per farti dire che sono loro, sì proprio loro, e che finalmente li hai riconosciuti.

Tirature numerate e limitate di Nero Champagne giocano sul senso di esclusività che il marketing suggerisce da sempre: meno siamo a berlo, più vale. Magari fosse vero in generale.

Resta il fatto che è un peccato non portare almeno quei due numeri romani – I e XII – a un livello di mercato solo apparentemente inferiore, farne conoscere ogni sorso a chi non glielo comprerebbe mai ai loro prezzi. Più sali di segmento, più costi, più ti fai sinonimo di appartenenza. Mi fa sempre male chi delega al vino una responsabilità da ascensore sociale; può funzionare solo a patto che a quell’ascensore si garantisca anche una manutenzione straordinaria fatta di relazioni fitte e serrate tra chi ci scende e ci sale, tra chi misura la vita più per prezzo che per valore e chi compra mediamente champagne a fasce di prezzo ben più basse sapendone però cogliere perfettamente ogni piega di tecnica e bellezza.

Nero punta al lusso, che sta sempre troppo in alto.

Il vino viene invece dalla terra – lo ripeto a sfinire – e la terra, per il lusso, sta sempre maledettamente troppo in basso.

 

 

.

 

 

2 Comments

  1. bellissimo pezzo.

    • Le ispirazioni non sono mancate.

Leave a Comment

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>