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Il Vino, Il Verde, il Vago

La California con parole mie

La California con parole mie

Civiltà

È la prima cosa che ti viene in mente quando incontri San Francisco, sia che abbassi lo sguardo a terra, sia che lo alzi verso i quartieri che hanno segnato la storia di questa città. Quartieri messicani come Mission e Castro dove i murales ricoprono – perfetti e discreti – tutti i garage di una stradina minuscola pronta da decenni a farsi testimone di una civiltà intera ispirandosi ai disegni di Diego Rivera, alle proteste per rivendicare il rispetto delle minoranze, al ruolo delle autorità che troppo spesso giocano a fare i forti coi deboli ma non hanno capito di essere dalla parte sbagliata: la forza è un’altra cosa, più profonda, e non veste divise.
Strade pulite ovunque, il marciapiede della metropolitana che sembra passato a lucido di cera. I nomi delle vie incisi direttamente a terra; ad ogni incrocio il suo nome e, se ti va bene, metti i piedi pure su quello che si chiama lucky.

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Ribellione

Il nome di Lawrence Ferlinghetti non dice niente alla maggior parte degli italiani ma su quello di Kerouac tutti si mettono in bocca qualche pagina on the road.
Americano di nascita ma italiano di origine, padre bresciano di Chiari che morì sei mesi prima che lui nascesse e madre francese che di sangue non si era fatta mancare radici portoghesi, ebree e sefardite.
Il mondo intero gli è grato per la Beat Generation e ancora oggi lo chiamano “l’ultimo dei Beat” ma lui storce il naso perché si sente più bohémienne, 96 anni di vita che fa venire le vertigini per quante ne ha fatte di rivoluzioni e forse non ha finito ancora.
Il Beat Museum di San Francisco è impagabile nel mettere nero su bianco, infiniti i cimeli, un gioiello piccolo che brilla su un curvone; se ne sta a una manciata di passi dalla storica City Lights Bookstore fondata da Ferlinghetti nel ’50 e che trasuda ancora fermento, o leggerezza, nei tre piani di legno buono.
Howl (Urlo) è il poema di Ginsberg che l’autore lesse in anteprima alla Six Gallery nel ’55: una ballata psichedelica, un viaggio mentale autobiografico che sconvolse la critica perché pensieri visionari fanno paura a molti ma non a tutti; il giorno dopo, Ferlinghetti gli mandò una nota con le stesse parole che Emerson scrisse a Whitman finito il primo reading di Leaves of grass (Foglie d’erba): “Ti saluto all’inizio della tua carriera”, aggiungendo però “Quando mi mandi il tuo manoscritto?”. Intuì subito che gli stava passando davanti la rivoluzione della poesia contemporanea, proprio quella che alla critica era sembrata oscena. Lui pubblicò l’opera, seguirono processi, pagò persino con l’arresto. Versi rapidissimi in Howl, decine di umanità intrecciate, l’invito a non dimenticare ciò che nella vita è santo e vero. Quante pene nell’anima di Ginsberg prima di ribellarsi a se stesso, alla sua omosessualità sofferta, a un dolore crudo come tutti i dolori sanno essere. “Sto lavorando benissimo, guadagno molto e incontro tante donne ma vorrei scrivere poesie e incontrare un uomo”, disse al suo psicanalista. “Tu puoi fare ogni cosa, se lo vuoi”, gli rispose. Tutto ciò che già sappiamo bene, abbiamo bisogno che ci arrivi da fuori. Ribellioni, di questo si tratta.
Chi non ce l’ha del resto un buco dentro, di qualsiasi forma sia?
Kerouac non era proprio in prima fila, la luce stava altrove e Ferlinghetti l’ha accesa.
La ribellione è beatitudine.
Beat, appunto.

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Collegamenti

Tutto è un ponte, qui.
Il Golden Gate nasce dal credere all’assurdo e all’improbabile.
A farlo fu l’ingegneria civile del primo Novecento a cui non fece paura realizzare ponti a campata unica e per lo più lì, in uno stretto tra due montagne dove il livello dell’acqua stava centro metri più in basso di adesso. Quello stretto che ancora oggi mette in scena le correnti, le maree e quella nebbia sicura di sé che copre la città pure ad agosto.
La sfida andò conto le resistenze della politica, contro le paure dell’essere umani, contro la Grande Depressione del ’29 che aveva saturato i fondi, contro le leggi della fisica in un braccio di terra che misurava appena due kilometri.
Proprio quando tutto è contro, serve andare a favore di una grande idea che i più non vedono.
Se ne fece carico la popolazione di sei contee californiane del nord votando per il finanziamento del Golden Gate Bridge: tre parole che, quando il mondo le pronuncia, subito si materializzano in una forma e in un colore. Sembra rosso ma non lo è; tecnicamente è l’arancione internazionale, quello usato per segnalare ostacoli e per aumentare il contrasto con gli oggetti intorno e con lo sfondo del cielo. Il Golden Gate quella tonalità se la divide con la Tokyo Tower e con le tute pressurizzate dello Shuttle.
Joseph Baerman Strauss è il nome che progettò il ponte, un ingegnere americano di origine tedesca che aveva all’attivo molti ponti mobili ma tutti molto piccoli: fu capace, onesto, responsabile. Capì che all’ingegno servono sempre motori diversi dai propri e scelse una squadra di collaboratori forse migliori di lui. Non esistevano calcolatori, non c’era tecnologia. L’unico strumento di cui gli ingegneri strutturalisti disponevano era il regolo, disegni e progetti furono fatti con carta e matite.
Volevano costruire un ponte “fatto per durare”: i loro nomi – tutti – sono incisi in una targa che incroci mentre attraversi il ponte a piedi e ti fermi a leggerli uno ad uno mentre in silenzio li ringrazi da puri sconosciuti.
Per tutti era ‘il ponte dei desideri’.
Quell’ingegneria ribelle ebbe la sfrontatezza di creare un ponte indissolubile persino con l’Art Déco.
Il senso di responsabilità creò un ponte con le competenze.
Le speranze che facevano da sospensori sono ancora tutte lì perché i ponti, come i desideri, resistono solo con manutenzioni fedeli.

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Fede

Una parola come questa sta ben più in alto dei riflessi incondizionati a cui ci abitua la mente.
Fede non è solo religione o anello al dito.
San Francisco lo ha insegnato al mondo intero e continua a farlo traducendolo per appartenenza.
Le strade fanno da testimone.
Lo vedi nel pionierismo dei movimenti, lo senti se ti metti sotto l’orologio fermo alle 4.20 – orario internazionale della canna – all’incrocio di Haight e di Ashbury dove gli hippie negli anni ’60 hanno detto al mondo: guardateci, siamo qua, vogliamo un mondo diverso perché questo non ci piace, ve lo diciamo con la musica, con la libertà, con la coscienza, col corpo. Sì, sulle strade di The Haight c’è ancora l’eco di una rivoluzione che ha diritto al rispetto senza criticare i mezzi con cui fecero quel viaggio nel futuro perché è ridicolo e incoerente fare i guardoni perbenisti mentre si gode ascoltando quel rock o quella passione per la vita. Anche chi ha scarsa fantasia riesce qui a immaginare il passato. Ogni negozio ha una memoria con cui cerca di resistere a certe cineserie inanimate che provano a imbucarsi di trafugo tra un cimelio e l’altro, tra vinili e chitarre, spiritualità e tatoo. Pochissime città del mondo hanno il coraggio di affiancare case pastello vittoriane e luci psichedeliche ma il senso di ogni anima sta nel contrasto. Sesso, cultura e coscienza fanno ancora paura al mondo?

Manifestano per, e mai contro, in California. Per un miglioramento comune, mai per il singolo. Per un pianeta che ha il fiato corto di risorse, non per il parcheggio sotto casa. Siamo piccoli italiani di paese davanti a una San Francisco che porta migliaia e migliaia di persone sotto il Finance District un sabato mattina di aprile a dire che la scienza è di tutti, che l’informazione corretta non può essere un privilegio, che il pianeta non è il loro, che amano la vita. Lo fanno senza urlare e sono un fiume in piena, alzano cartelli scritti con parole ispirate a valori che rifiutano i giudizi, hanno tutte le età possibili, sono in fasce e col bastone, hanno le rughe e dieci anni al tempo stesso. Ognuno di loro è qui perché crede in una buona ragione per farlo.
Li guardo, alzo gli occhi sui grattacieli più alti di loro e mi sembrano nani, mi cade una lacrima, capisco la fede.

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Libertà

Tieni la bocca chiusa e non fidarti di nessuno.
Due regole in croce ma essenziali. Poi la prima doccia e la consegna dei vestiti per l’inferno, fine del benvenuto ad Alcatraz per quelli appena arrivati, i “fresh fish”.
Un carcere di massima sicurezza dalla vita corta, attivo nemmeno trent’anni dal ’34 al ’63. Quattro direttori per tre soprannomi, forse l’ultimo non se l’era nemmeno meritata l’ironia dei criminali. James A.Johnston, il primo, detto “Salt water Jonston”, poi Edwin B. Swope “il Diavolo”, infine Paul J. Madigan, passato alla storia come il “direttore delle promesse”.
Si lavorava talmente sodo ad Alcatraz che i tentativi di fuga più celebri nascevano proprio dalle ore di rieducazione, dai tecnicismi imparati e dagli oggetti rubati. Avevano preso fin troppo alla lettera che il lavoro rende liberi.
Il nome di Al Capone sta in bocca alle guide come un loop e brilla come un vanto, l’averlo ospitato rende celebri e pure un carcere reclama il proprio rating. Al contrario nessuno nomina i detenuti modello che qui, il solo dirlo, parrebbe un sacrilegio.
Tira un vento che sembra un urlo, ad Alcatraz. I visitatori sfilano senza fiatare, una mano sulla cuffia e l’altra a premere il tasto che racconta le leggende di prima mano sui più cattivi del secolo. Silenzio nel silenzio, isolamento dentro isolamento.
Nonostante il sole in forma smagliante, l’unica cosa che viene voglia di fare è andarsene via in fretta; ascoltare e vedere tutto, sì, ma andarsene presto. Diciassette miglia appena da San Francisco, solo mezz’ora di traghetto e fine del tormento. Te la cuciono bene addosso la galera anche quando fai lo spettatore, obiettivo riuscito a pieni voti.
Solo una cosa che non torna: troppi gabbiani. Ma non evocavano l’idea di libertà? C’è il trucco allora o forse è un errore. A decine planano senza mollare mai quei ruderi, volteggiano e fanno versi sguaiati. Quasi a riderci sopra, verrebbe da dire, se non fosse che la libertà se la prende per niente.

 

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Sottrazioni

Palo Alto era un albero.
Prima ancora che il mondo lo associasse a semiconduttori e microchip al silicio, El Palo Alto era la sequoia con le radici sulle rive del San Francisquito Creek, un torrente al confine con la città di Menlo Park. Per noi Paolo Alto è “solo” Silicon Valley, Menlo Park è “solo” Facebook ma quanta bellezza ci perdiamo dalla storia ogni volta che la riduciamo a simboli. Il palo alto originario esiste ancora dentro l’omonimo parco, ha solo perso uno dei due tronchi perché una tempesta se l’è portato via cent’anni fa; la pianta però resiste, le radici non hanno smesso di succhiare.
Non a caso la Stanford University se l’è messo sullo stemma, quel palo, e l’ha portato in giro per il mondo. Fondata nel 1885 da Mr. Leland Stanford, ex governatore americano che decise di costruirla a memoria eterna del figlio quindicenne morto di tifo a Firenze, Stanford è il simbolo dell’apertura che non teme l’ignoto o il diverso, anzi li attrae. Per questo non ne vuol sapere della mediocre autarchia di Trump su muri e chiusure. Palo Alto e Stanford se ne stanno attaccate come gemelli siamesi lungo University Avenue, una strada dritta come solo le idee chiare sanno esserlo. Dove inizia l’una finisce l’altra e viceversa, si servono a vicenda, teoria e pratica al tempo stesso e senza la puzza sotto il naso.
La vita quotidiana qui è così: carissima ma democratica. I super big con ville smisurate alla fine scelgono la normalità del giardinetto o della spesa in strada come tutti, più liberatoria che banale. E’ lo stesso spirito con cui Zuckerberg riunisce ogni trimestre tutti i suoi collaboratori in mezzo al campus di Facebook per fare il punto – tutti vuol dire tutti, qui non è l’Italia, e ognuno si sente parte dello stesso sogno – ed è lo stesso spirito con cui un gruppo di studenti festeggia il compleanno del loro amico Beff con torte e cappellini in mezzo a quelle 170 statue portentose di Rodin che rendono i prati di Stanford un museo senza biglietto. Rodin non se la prende e da qualche parte soffia le candeline pure lui.
Qui, in strada, la precedenza da destra non esiste: ti guardi intorno, chi è arrivato prima riparte prima, ti fidi degli altri perché ti senti come loro, non ti sfiora nemmeno il pensiero che qualcuno possa fregarti perché il castello della fiducia cadrebbe all’istante e nessuno vuole farlo andar giù.
Ce la raccontano come tecnologia spinta e denaro questa Silicon Valley ma la vera colla è il contatto e il mastice migliore si chiama sottrazione. Più togli più attacchi. Più riduci, più arrivi. Meno etichette, meno ipocrisia. Dave Bruno, originario di San Diego, è un nome noto da queste parti, lui e il movimento generatosi spontaneamente sulla scia del suo vivere con “solo” cento cose: vivere con meno non vuol dire vivere di poco, ce l’hanno solo fatto credere.
Quanta differenza fa l’uomo quando capisce di che pasta è fatto. Lo stesso Steve Jobs, a Stanford, un giorno disse “baratterei tutta la mia tecnologia per una serata con Socrate”.
Eravamo partiti dal palo alto, già.
Qualche giorno fa hanno trovato un nido su un piccolissimo albero lungo California Avenue, strada centrale di negozi e ristoranti a Palo Alto. Lo hanno recintato e segnalato, lo hanno protetto con tutta la cura del mondo.
Fate voi.

 

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Curve

Nel sud della California hanno la forma delle onde. Sud vuol dire Huntington Beach, quella che nel resto del mondo chiamano Surf City perché il primo oceano sulla tavola fu domato qui da Duke Kahanamoku, grande nuotatore hawaiano prima di diventare pluricampione olimpico e inventore assoluto del surf. Quando nessuno sapeva ancora cosa volesse dire stare in cima alle onde, lui negli anni ’30 dava lezioni gratuite agli increduli insegnando a prendere le misure con l’acqua in altezza. Per tutti è The Big Kahuna – kahuna in hawaiano è il nome che si dà alle persone importanti della comunità – e lunghissima era la sua tavola di legno, lunga e pesante rispetto alle resine o al poliuretano di oggi. Poco gli importava a Kahanamoku del mezzo, lui che viveva per inseguire il fine: cavalcare l’oceano che conosceva dall’età di due anni. L’International Surfing Museum di Huntington Beach prende appena due stanze di ricordi e di campioni ma la visita merita la lunga chiacchierata con Judie, sessantenne disabile del posto, tatuata e timorata di Dio in un corpo solo, innamorata dell’Italia e della pizza del ristorante accanto. Raccoglie sabbia da tutto il mondo per esporla al pubblico, c’è di tutto dall’Africa al Giappone: se la fa mandare dai visitatori del museo in contenitori insoliti del posto, le ho promesso buona sabbia italiana dentro una mezzina di vino.
In ogni città costiera della California c’è un pier, un pontile, ma quello di HB dà i superpoteri. Ti pare di camminare sulle acque. Lungo più di trenta metri, arriva fin là dove le curve si fanno onde e i surfisti non temono nulla. Dall’alto li vedi fermi a cavalcioni sulla tavola, ti stanno proprio sotto gli occhi mentre aspettano che le onde trovino il coraggio di farsi grosse; dall’alto lo vedi prima di loro quale sarà a breve quella giusta e da lassù vorresti dirglielo al primo della fila che si è già messo proprio a tiro ma farlo renderebbe tutto troppo semplice e loro cercano invece la sfida: l’intuito del surfista va allenato tutti i giorni.
Le curve di Venice Beach hanno i profili dei canali veneziani che nel 1905 l’imprenditore edile Abbott Kinney fece costruire per ridare slancio a quel quartiere depresso di Los Angeles portandoci gondole e gondolieri dall’Italia. Quelli ancora in piedi stanno oggi su due mani dopo che negli anni ’20 la maggior parte di loro fu riportata a strada per il passaggio dei cavalli.
Le curve di Venice sono anche incise nella musica. Era l’estate del ’65 quella in cui un certo Jim Morrison canticchiò su questa spiaggia a un certo Ray Manzarek il testo di una canzone che aveva scritto da poco ma che non sapeva mettere su un pentagramma non avendo la minima esperienza. La canzone era “Moonlight drive”. Manzarek intuì in lui una forza rara e coinvolse i suoi due amici musicisti conosciuti al corso di meditazione trascendentale, Krieger e Densmore. Nacquero i Doors, la storia ringrazia.
Anche i corpi sono curve. A Santa Monica il confine tra benessere e ostentazione è sottilissimo, tra allenamento e spettacolo non da meno. A Muscle Beach il cartello parla chiaro: il fitness è nato qui e nel ventesimo secolo si è messo a girare da solo per il mondo. Uomini e donne si allenano a ogni ora, corrono coi cani al guinzaglio o spingendo i passeggini dei figli, modellano addominali imbarazzanti, si prestano a set fotografici e rafforzano bicipiti saltando l’uno sull’altro come funamboli da circo. Chiedo di mettersi in posa a un ragazzo che passa a torso nudo con la tavola da surf sotto braccio come un francese la baguette, sorride con tutto il bianco dei denti dritti americani, la bocca larga e perfetta sugli occhi salati. Lo sport esalta i sensi, dall’autostima alla bellezza.
La ruota panoramica in fondo al pier di Santa Monica è quella de La Stangata, di giorno non si ferma mai e di notte proietta finti fuochi d’artificio. La sera cerca riposo anche lei a forza di girare senza sosta. Arriva in fretta qui l’alba, già pronta a reclamare un altro giro e un’altra curva.

 

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Santi

I santi stanno ovunque e in California si sono presi le città.
San Francisco, San Diego, San Jose, Santa Barbara, San Juan Capistrano, Santa Monica, San Luis Obispo, San Bernardino, Santa Maria, Santa Rosa, Santa Cruz, Santa Ana, San Mateo, ancora altri. A seguirle col dito su una mappa pare di snocciolare un rosario. Era tutta Spagna, qua, due secoli fa; controllare e convertire era lo scopo di ogni mossa.
Gli spagnoli a caccia di conquiste misero i primi nomi da beati alle città più strategiche, i religiosi francescani si accodarono allo stile e ci chiamarono le ventuno missioni fondate un po’ alla volta.
Era tutto un Messico e Spagna questa terra prima che la California diventasse uno Stato unito d’America nel 1850.
Sono santi abbronzati e col sorriso in mano, santi a cui il tempo basta sempre, santi marinai e pescatori, santi di costa che guardano a un oceano non a caso Pacifico.
Al posto delle aureole, però, ci ho visto i donuts, le ciambelle morbide col buco in mezzo venerate quanto baseball e coca cola; talmente irrinunciabili da guadagnarsi una festa nazionale ogni primo venerdì di giugno. Agli Universal Studios di Hollywood vendono persino gli extra large detti anche giants, come dicono gli americani per indicare ogni campione: ci pensa Lard Lad Donuts a prepararli in questa Disneyland del cinema per clienti quasi sempre oversized come i dolci che si fanno inscatolare.
Per quanto è bella e in pace col mondo, la Santa Barbara californiana mette in ombra la martire cristiana e il suo dolore. Turisti tutto l’anno – quelli buoni – l’atmosfera dell’estate che se ne frega del calendario, il vino e le industrie di precisione. Pure gli squali bianchi hanno capito la magia del posto e vengono a farsi un bagno tra Surf Beach e Motego Bay, acque incantate da maneggiare con cura
All’ingresso del molo c’è una panchina speciale, colorata e incisa: è l’omaggio a The Popcorn Man, Everett Nicholin, per tutti Everestini. Per oltre trent’anni ha venduto in quel punto caramelle e pop corn, un sorriso per tutti e mai una smorfia. I clienti li chiamava “Mr. President” o “Mr. Secretary of State”, dipendeva dal giorno e dalle facce, lui li amava sempre. Era nato in Grecia, morì un paio di mesi dopo i novant’anni, anche lui un santo del posto.
Di tutta la California, è nella mecca del cinema che i santi prendono la rincorsa per il salto e si fanno angeli. “El Pueblo de Nuestra Señora de los Ángeles del Rio de la Porciúncula” sarebbe il nome vero, quello delle origini. La seconda città americana per numeri dopo New York, la più estesa di tutti gli States. Le comunità straniere più grandi al di fuori dei propri paesi stanno qui a Los Angeles: armeni, filippini, guatemaltechi, ungheresi, israeliani, coreani, messicani, salvadoregni e thailandesi, iraniani e giapponesi. Chissà quanti santi senza gloria anche tra loro. La polvere di stelle si respira dappertutto nella Hollywood Boulevard che si tiene stretto il suo Dolby Theatre e la cerimonia dell’anno. Su questo marciapiede chiunque può sentirsi Marilyn o Catwoman per un giorno, supereroe o mani di forbice, impeccabile fuori e disperato in segreto sotto il costume di scena. Le foto non si contano. La walk of fame non smette di fare posto a nuove stelle finché l’asfalto è ancora lungo. L’odore popolare dei tacos spiffera a ciclo continuo dalle porte a vetro dei locali che si aprono ininterrottamente sulle vite da vip, la normalità richiama all’ordine. Il Messico non molla ancora la sua preda anche se adesso indossa paillettes.

 

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Sottopelle

Da sotto escono sempre sorprese.
Mentre tira verso nord, la Pacific Cost Highway ogni tanto fa un sospiro di sollievo dalla bellezza ostentata, curva all’interno e poi si riaffaccia.
Morro Rock non fa da spartiacque a caso tra il cielo e il mare. Se a Morro Bay ci arrivi senza luce, dell’immenso sasso da centottanta metri non ti accorgi nemmeno perché di notte siamo tutti uguali e con la stessa voglia di sparire. E’ di giorno che ti satura occhi e stupore. Ero qui anche ieri notte – pare dirti – ma hai fatto finta di non vedermi. Da qualsiasi punto lo guardi, ti chiedi se lo abbiano costruito prima su misura e poi poggiato lì per sempre. Tutto intorno un’atmosfera da post industria inglese, tre ciminiere altissime al posto delle palme californiane e nell’aria un senso di fatica a campare stemperato dall’oceano.
Un forno francese a gestione familiare partorisce quiche ad ogni ora, e torte e baguette, la fila lunghissima promette bene e, pur col loro inglese da oltremanica, sanno bene che, se ce l’ha fatta the Rock a venir su dal mare, ce la faranno pure loro.

Sottopelle c’è da grattare anche a Cambria, quanta America sotto la crisi.
Magda ha quasi sessant’anni, croata di nascita, vibra di rabbia e indifferenza contro Trump, il tono di voce alto e mediterraneo che a noi italiani sembra di stare a casa. Gestisce un negozio che non ce la fai a dire turistico perché si merita altre parole, Magda. Lo aveva comprato nel 2008 con la casa, pochi mesi prima che la bolla americana iniziasse a soffiare povertà; perso tutto, le resta un buon marito e un lavoro che lei sa fare bene perché, quando vende, nel prezzo ci mette anche la sua storia. Per tutto il tempo che ci parlo, mangia una granny smith già fatta a spicchi. Verde la mela.
Ad Harmony ci vai perché il cartello stradale ti ci tira proprio dentro: “18 pop” c’è scritto e come fai a non fermarti? Solo diciotto abitanti e felici di esserlo. Nel vecchio ufficio postale due signore fanno accoglienza ai turisti offendo acqua fresca e caffè, ti raccontano sulle poltroncine basse la storia di quel pugno di case, la vecchia cremeria, le mucche dipinte dalle artiste locali, ma soprattutto si raccomandano di visitare la cappellina delle cerimonie. Mentre fai il passo per entrare, Schubert è già lì che suona l’Ave Maria; due file di panche a destra e due a sinistra, dieci dodici posti in tutto, un silenzio che ricorderai per sempre.
C’è il biliardo in paese e la stecca dei due amici tira in buca. Fuori dai bagni pubblici, Josè ha gli occhi bastonati e pochi denti, vorrebbe essere più vecchio della giovinezza che gli tocca, chiede offerte ma senza insistere; da quando non riesce più a vivere di fotografie, si è infilato in macchina con la moglie e ci vive dentro.

Sottopelle c’è molto più che in superficie, anche nella California sognata. E’ che il sotto tutto puzza oppure fa male. Quando prende di umidità, la vita ti piega e là sotto, nel dolore, non ci batte sempre il sole. E, se ci batte, può anche bruciare.

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Etichetta

La forma non è tutto, non deve.
All’Italia non manca certo la perfezione nel calice, le manca il coraggio di non tirarsela nei modi.
Tra le valli di Sonoma e di Napa non c’è un metro quadro che non sia una vigna ma non si sente il disturbo, c’è rispetto nell’aria. Le righe dritte dei filari tagliano le colline a scacchi che paiono coperte verdi, tutte fitte e attaccate; e ti verrebbe voglia di mettertele in spalla se non fosse che il sole, già a maggio, fa così bene il suo lavoro.
Helene, Linda, Bezir sono solo alcuni dei nomi a cui dai la mano per farti portare nello stile californiano dei vini che vent’anni fa hanno spostato i mercati e i palati, tra pregi e difetti. Vanno visti certi posti nel mondo se ami il vino.
Viaggiare serve a capire.
Lavorano per cantine così diverse che ti chiedi come facciano ad essere così uguali nella bellezza dei modi: non ti vendono il rito per pochi ma l’esperienza per tutti, non hanno parole di circostanza e blasoni stampati addosso ma shorts e infradito. Spencer è in tenuta da sceriffo, lavora da tre anni per Buena Vista Winery fondata nel 1857 in piena Sonoma da Agoston Haraszthy, un pioniere ungherese che senza bellezza e grandezza non ci sapeva stare. Il paradiso si è messo in affitto qua dentro al punto da perdonargli persino certe punte di kitsch stampate in rilievo simil oro sulle etichette a forma di stella western o di rettili attorcigliati sul vetro. Suona pure il pianoforte, Spencer, tra barricaia e bicchieri.
Ogni cantina uno stile, mai la formalità che rovinerebbe tutto.
Enjoy, ti dicono, e tu godi davvero.
Enjoy lo dicono sempre gli americani, un mantra senza caste.
In degustazione nessuno ha la presunzione di spiegare cosa ci sente in quel vino perché il vino è di tutti e l’unica cosa che devi provare a capire è dove sei, chi lo ha fatto, quanta anima ci ha spremuto dentro. Questo ti raccontano, in California.
Robert Mondavi è un pezzo di vangelo italiano per chi crede nel vino ed è un buon praticante. Per primo portò a Napa la cultura del prodotto, aprì le porte a chi non ne sapeva nulla, introdusse degustazioni e visite in tempi non sospetti, gli enologi che hanno lavorato per lui si sono messi in tasca l’esperienza di una vita, ha tirato su ponti lunghissimi per allacciare la storia californiana con quella grande francese che adorava. Amava la moglie e le rose più di ogni altra cosa, l’arte e la scultura al pari delle prime. Visitare ciò che resta oggi del suo sogno mette addosso i brividi perché è ancora vivo in ogni centimetro di vigna nonostante l’azienda sia ormai in mano a un grande gruppo americano; batte nelle sale interne quel cuore, nelle parole con cui la signora che guida il gruppo lo ricorda come parlasse del padre.
“La vera bellezza la vedi soltanto mentre dorme”. E’ scritto vicino ad una statua nel giardino di Peju, azienda dai vini mediocri ma dall’accoglienza senza eguali. Mi ero chinata solo perché volevo fotografarla tutta la purezza che usciva da quel bronzo e invece mi sono distesa sul prato accanto a lei, l’ho capita. La mediocrità aveva cambiato colore.
Se non sei un tecnico, bere vino non ha niente a che vedere coi processi, i riti, gli archetti sul calice e i retrogusti a parole.
Il vino migliore ti si siede dentro la memoria, solo tua, e non lo toglie più nessuno.

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Diario di viaggio (20 aprile-3 maggio 2017)
Da San Francisco a San Diego e ritorno

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