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Il Vino, Il Verde, il Vago

Tenute Piccini: l’arancio per l’immagine ma il rosato vince tutto.

Tenute Piccini: l’arancio per l’immagine ma il rosato vince tutto.

Ammetto che la loro comunicazione si caratterizza con forza per l’arancio ma a me ha colpito la mora. Mora per dire nera, nera per dire terra, quella che fa la corte al vulcano. All’ultimo Vinitaly ero arrivata a Tenute Piccini per puro caso: lì in mezzo a quella giungla devi fare meglio degli altri anche un solo gesto che trattenga il passo della folla, persino quando hai alle spalle 4 generazioni, quasi 500 ettari di cui 230 di proprietà e 240 in affitto. Io mi ero fermata sul loro totem per ricaricare liberamente il cellulare, ce n’era per tutti i modelli. Belle le shopper in regalo, di sicuro, ma con gli omaggi il pubblico afferra e passa oltre perché alle fiere il pubblico ti ruba come Sabine. Invece lì mi ero fermata e avevo iniziato a parlare.

Giacomo Panicacci mi aveva fatta accomodare al piano rialzato dello stand in un raro momento di pace.

“Mi sono fermata perché trovare dentro il padiglione Toscana un’azienda che non metta il blasone davanti merita attenzione. Non se ne può più di vedere ostentare la storia nel mondo del vino”, gli dissi. “Ci tengo subito a spiegare che in realtà Tenute Piccini è un gruppo che vede a capo una gestione al 100% familiare con Mario Piccini che guida tre diramazioni ben distinte l’una dall’altra. Piccini Orange è focalizzato sulla grande distribuzione e lavora su 80 paesi, parla a un target molto giovane a cui si adatta ovviamente una comunicazione altrettanto veloce, abbiamo una grande presenza sui social e lavoriamo convinti su progetti come concorsi o eventi esterni rivolti al consumatore. Mi verrebbe da dire quasi una comunicazione irriverente rispetto al tradizionale mondo del vino, un taglio che funziona benissimo per questo nostro segmento. La seconda divisione si muove su zone ad alta vocazione dislocate in Italia tra cui l’Etna, Montalcino, la Maremma, il Chianti classico, la Basilicata del Vulture. La Sicilia è l’ultima entrata, il marchio si chiama Torre Mora e lì lavoriamo sulla combinazione perfetta tra Etna e Nerello Mascalese. Nelle diverse tenute facciamo sempre una produzione di nicchia su un appezzamento medio di 12/16 ettari, tutte ora convertite in biologico con un processo iniziato nel 2014; diciamo che si va quindi a cercare quella che è la massima espressione del vitigno a seconda del territorio. In questo caso il target di comunicazione è completamente diverso e ispirato a un approccio tradizionale”.

Mi versa lo Scalunera Etna Rosato 2017 e continua a parlare; butto l’occhio alla retroetichetta: 95% Nerello Mascalese e 5% Nerello Cappuccio. Bevo.

“Il nostro terzo progetto, al momento quello più importante, vuol dire far riferimento al Geografico, ex vecchia cooperativa e una delle prime in assoluto del Chianti classico. La prima cooperativa in Italia a raggiungere i tre bicchieri. La famiglia Piccini è entrata due anni fa nella cessione d’azienda e porta avanti una collaborazione attiva con quelli che erano i vecchi soci della cooperativa. Ora, superata la forma giuridica della cooperativa, con quei soci fornitori abbiamo sviluppato contratti pluriennali per garantire loro continuità e una certa sicurezza finanziaria così come per garantire a noi continuità e una certa sicurezza di prodotto. Altro scopo per cui lo abbiamo fatto è stato quello di ricercare una evidente tracciabilità nella  filiera”.

La Sicilia intanto mi lavora dentro e tra me e me spero che non me ne vorrà quando, da lì a poco, gli dirò che non sono una fanatica dei vini toscani e tanto meno di quelli siciliani, ancor meno dei rosati salvo eccezioni che mi si sono fatte fede – ma che nel loro Etna rosato c’è stranamente leggerezza e vigore, frutto e spezia, resiste alla lunghezza del tempo in bocca e fa venir voglia di abbinare. Un grande complimento se non ti chiami rosso.

“Stiamo cercando di portare nel mondo del vino una logica che non sia soltanto produttiva ma anche di gestione e organizzazione, oltre che di comunicazione e di relazione. Ce n’è sempre più bisogno. Diamo anche consulenza sia sul campo per i produttori che sul metodo di acquisto e sul loro approvvigionamento dei materiali che, se fatti attraverso il gruppo Piccini, possono diventare vantaggiosi in forma di acquisti di gruppo. Ovviamente abbiamo tenuto fede al nome del Geografico e, per dare a tutti i giusti pesi, lo teniamo anche ben distinto da tutti gli altri nostri marchi”.

Gli confesso tutto.

“Capisco bene. Qui stiamo degustando il nostro ultimo vino di Torre Mora, tenuta che si trova a Castiglione di Sicilia, versante nord est dell’Etna, 700 metri di altitudine, vigneti su terrazzamenti ad alberello e una piccola parte in piano. Terreni sciolti e scuri, da cui il nome Scalunera: le scale per i terrazzamenti e nera per  il vulcanico. Da un punto di vista enologico il nostro unico punto di raccordo è l’enologo della tenuta siciliana e di quella di Montalcino. Nel Vulture abbiamo invece come direttore tecnico Giovanni Montrone, un vero autoctono originario della zona di Venosa. Stesso discorso vale anche per la tenuta toscana di Valiano perché l’idea è quella di mantenere per ogni tenuta la propria espressività e indipendenza. Dell’Etna mi piace rappresentare il rosato perché credo sia la testimonianza migliore da un punto di vista geografico, lì dentro c’è tutta la salinità mista a speziatura e note erbacee. Quando presentiamo all’estero, lo descriviamo con uno stile più vicino al provenzale che non al nostro tipico ricordo da rosato pugliese”. 

Non appena mi cita i 16 milioni di bottiglie penso che facciano pur venire un accenno di vertigine. ”Distribuzione vuol dire per noi scegliere tutti i canali, dalla grande distribuzione alla ristorazione all‘e-commerce, in particolare quest’ultimo rappresenta per me un canale di totale interesse dato che in Italia manca quasi completamente l’approccio digitale che vedi in altri paesi e che rappresenta una risorsa indiscussa. Come professionista vengo anche da quel settore avendo lavorato per sette anni in Wine- Searcher che di certo sto cercando di tradurre anche con questo mio ruolo in Piccini”.

Giacomo Panicacci mi si era presentato come Brand Ambassador di Tenute Piccini; dentro di me avevo storto il naso perché non amo certi titoli ma quel mestiere lo fa benissimo, in qualsiasi lingua lo si voglia chiamare.

Racconto questa storia di famiglia dal 1882 perché se lo merita: non antepone stemmi araldici, non guarda ai bisnonni, non ha paura del digitale. Alla faccia di chi in Italia continua a usare banalmente la parola tradizione pensando che, da sola, compili migliaia di ordini.

 

 

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