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Il Vino, Il Verde, il Vago

Anche la moda ne fa questione di fede

Anche la moda ne fa questione di fede

Diplomata in ragioneria e poi impiegata amministrativa. L’avvio degli studi in giurisprudenza e poi la dimensione non facile tra libri e impresa. “Ti dico la verità, studiare il diritto mi affascina ma non so fino in fondo se è ciò che farei. Oltre al fatto che, senza cittadinanza, non potrei iscrivermi all’albo e non potrei nemmeno esercitare”.

Togliamo di mezzo la parola integrazione, è tempo di inclusione. Impiega poche parole per dirlo dal palco del TedX Cesena 2018: è Keltoum Kamal Idrissi, marocchina giovane fuori ma molto ben centrata dentro, co-fondatrice del primo negozio di Modest Fashion in Italia, l’Hijab Paradise di Bologna.

“Quando mi chiamano per intervistarmi o mi invitano alla radio, sai quante volte mi hanno fatto sentire che fosse meglio chiuderlo il negozio o me l’hanno proprio detto chiaramente? Un presentatore lo fece anche in modo esplicito, si sentiva tutto il suo disagio verso la mia provenienza. Invece quando parlo del negozio ne parlo con un sentimento che non ha niente a che vedere con il marketing o con la pubblicità: i tempi che viviamo hanno bisogno di inclusione tra culture diverse e il mio negozio nasce con questa intenzione profonda. A me interessa far passare l’idea di una diversità umana che non esiste e che io ho vissuto sulla mia pelle quando ho messo il velo per la prima volta tre anni fa”.

Allontano Keltoum dal palco una mezz’ora prima del suo intervento e ci sediamo alla buona, tanto abbiamo già intuito che non ci servirà un posto comodo.

Il suo negozio è aperto dal 19 marzo, tutti i giorni compresa la domenica mattina.

“Io sono di Cesena – cadenza e musicalità del dire lo confermano – ma abbiamo aperto in due perché l’idea partiva da entrambe, lei è la mia migliore amica e musulmana come me. Bologna era la piazza più pronta dal punto di vista non soltanto culturale cittadino ma soprattutto perché pronta era la comunità musulmana. Pensa che tra Bologna e provincia si contano ben 45 centri islamici. Ora stanno lavorando ad un grande progetto, pieno di valore anche simbolico, che è quello di una unica grandissima moschea. Io spero tanto ci riescano. Per noi era importante aprire in una zona la cui comunità musulmana fosse ricca come quella bolognese in cui si mescolano palestinesi, arabi, marocchini. Poi, non posso negarlo, serviva la prontezza delle donne”.

Il suo progetto di moda ha un obiettivo molto chiaro: offrire un equilibro tra cittadinanza e fede. Un progetto che a lei piace definire inclusivo – appunto – per ognuna delle diverse provenienze che è capace di abbracciare.

“A livello burocratico ho la carta di soggiorno illimitata ma non sono una cittadina italiana per cui non ho potuto avere accesso a fondi e bandi; quelli riservati all’imprenditoria femminile, invece, erano già scaduti. Io qui in Italia ho fatto elementari, medie e superiori. Sono arrivata che facevo le scuole elementari mentre mia sorella più piccola è nata qui ma forse sta anche peggio di me visto che non è cittadina né qui né lì. Dovevamo aprire, questo è il punto. Non volevamo tenere fermi i nostri risparmi, non potevamo”.

L’accesso ai canali bancari è l’altro aspetto rilevante della storia. “Con le banche no, non avremmo avuto difficoltà ma l’interesse a scopo di lucro che applicano le banche è esattamente ciò che vieta l’Islam. Forse l’unica che potrebbe avvicinarsi alla nostra idea è la Banca Etica”.

Se la scelta della moda sia stata quella giusta fin da subito è la domanda che permette  più di ogni altra di conoscere Keltoum. “In questo momento storico, le esigenze di mercato per la comunità musulmana avrebbero potuto offrirci molte più strade. Il cibo su tutti. Di kebabbari però ce ne sono tanti, così come di veri e propri fast food a Bologna: la moda era in assoluto lo sbocco che si adattava meglio alle nostre tasche. Io di mio ero poi già appassionata ma il desiderio forte era un altro, era avere una scelta e offrire una scelta che partisse anche solo dai tessuti prima ancora che dai modelli”.

Mentre accumulano successi, la direzione che si sono date è provare ad andare verso una autoproduzione col marchio made in Italy. “Noi ad oggi rivendiamo tutto ciò che arriva dalla Turchia – fornitore scelto con cura non solo per la qualità ma anche per la vicinanza, l’alternativa sarebbe stata andare come molti in Indonesia. Bilanciando tutti questi aspetti siamo riuscite a coprire un buco di mercato nella fascia che si chiama Modest Fashion. Non siamo le uniche, c’è già un altro marchio presente ma noi volevamo spingerci un po’ oltre e garantire maggiore scelta e diversificazione. Per capirci, nella nostra comunità mancava la possibilità di andarsi a vestire da H&M o da Oviesse o da Terranova. Parlo sempre e soltanto di moda femminile e, pur essendoci il progetto di estenderci agli uomini, confesso che da parte loro non si avverte affatto la stessa esigenza. Le donne hanno approcci diversi anche solo ai tessuti e il fatto di portare il velo anche in estate le spinge a cercare con più cura. La pashmina è il velo che ora va di più, è questo che indosso adesso, è traspirante, è piacevolissimo al tatto, è integrato con me”.

All’Hijab Paradise entrano anche donne che non sono musulmane perché la curiosità spinge aldilà dei propri confini culturali. “In estate questa mescolanza cala un po’ ma in inverno è molto più frequente. Tutto questo io l’ho messo in piedi per pura esigenza. Il velo l’ho indossato tre anni fa e all’inizio facevo fatica a trovarci una dimensione che rispondesse anche a esigenze puramente estetiche. Molte donne lo mettono e basta, dando loro un significato diverso. In pochissimo tempo il mercato della moda invece si è aperto, direi spalancato, e le stesse catene occidentali hanno iniziato ad offrire capi adatti anche a noi”.

Il racconto del velo scopre la vastità mentale di Keltoum.

“Lo misi in un momento di totale spontaneità mentre stavo in macchina con tre amici di cui una musulmana ma gli altri proprio no. Stavo rientrando da una fiera dove avevo garantito ormai la mia presenza e non potevo certo presentarmi con un abbigliamento che non fosse adatto: un velo o una minigonna possono avere lo stesso effetto di disturbo in un contesto di lavoro. Non volevo assolutamente metterli a disagio, stare al mondo è una questione di accortezza e la tua libertà a volte non c’entra niente e devi metterla da parte. Poi figuriamoci alle fiere dove l’immagine è tutto, piaccia o non piaccia. Appena salita in macchina, misi il velo per la prima volta, senza uno specchio, senza nulla che mi facesse capire come lo stessi mettendo. Però scelsi di farlo e lì ho sentito tutta la mia libertà nell’essere chi sono”.

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